Ah, ma la voglia di scopare!

È quella, che manca di più. Non solo la voglia, mi manca proprio il ricordo della voglia. La forma del desiderio, il suo peso che grava sull’inguine, il sangue che intorpidisce le carni, la sensibilità esasperata della pelle, la fame del corpo, l’urgenza del contatto. La cosa— , la cosa, sì, insomma, la voglia di—, quella lì, la voglia di— cosare, l’ho persa per sempre. Come la memoria di essere stata bambina, di essere stata incinta, di essere stata felice. So che tutto questo è successo, ma non ne comprendo più l’essenza. La stessa distanza che c’è tra avere nel piatto una pesca matura e sentirne l’umore dolce colare nella gola.

Guardo un uomo per strada, ne annuso il profumo, gli vedo la forma delle natiche che riempiono i pantaloni mentre sale o scende le scale, il taglio degli zigomi, la curva della nuca. Niente. Ho perso la grammatica del desiderio. Perché poi una diventa vecchia, vero, e si ritira negli angoli della vita dove non c’è più succo e i piaceri sono secchi, disidratati dagli anni, come le rughe intorno agli occhi. Questo pensano i giovani, ma invece i vecchi, cioè noi, noi lo sappiamo benissimo che giriamo come certe macchine nella notte, con il motore funzionante ma le luci di posizione spente, e ogni tanto, vero, ci capita di prendere un lampione. La meccanica regge, la carrozzeria si sfalda. A una a una, mica te ne rendi conto al momento, si spengono le luci, e non ci fai caso, vero, non c’è il momento in cui dici: adesso sono vecchia, e arrivederci. C’è un andirivieni di età, un giorno sono bambina con le trecce e la veste corta, un altro ho ventisette anni e avanzo verso l’altare vestita da meringa, poi di nuovo indietro, a tredici anni, una fitta alla pancia, le mutandine macchiate, e sono passata nella schiera delle donne. Ricordi che arrivano forti come schiaffi, così nitidi che ti lasciano il segno per giorni, e altri che iniziano— , iniziano a— , a cosare via, insomma.