Quando ero una timidissima ventenne, e proprio per questo estremamente arrogante, il modo in cui cercavo di ottenere ragione nelle mie discussioni sentimentali era tirare fuori l’intransigenza del desiderio. L’espressione poteva lievemente cambiare: intransigenza, ostinazione, irriducibilità del desiderio. C’erano diverse varianti a seconda del caso e dell’enfasi che ci tenevo a esprimere.

Mettiamo che non fossi d’accordo su qualcosa, o che non avessi voglia di fare qualcosa, o che non sopportassi qualcosa, le declinazioni del mio rifiuto si giocavano tutte sul rilancio del desiderio: unica divinità possibile, indiscussa, feticcio totale. Un concetto astratto e ineffabile, e dunque potentissimo.

Ricordo una brutta litigata con un mio ex fidanzato in cui – dopo esserci insultati in vari modi – lui mi ha guardato a lungo negli occhi e mi ha detto: «E sai che c’è? Sei diventata patetica con questa cazzata del desiderio».

Giulietta, macchina desiderante: la forza di dare voce al desiderio femminile

Ero diventata patetica? Probabile. Era una cazzata? Ancora più probabile. Ma al tempo ci credevo davvero. Di sicuro il desiderio è stato un grande alibi nella mia vita. Mi ci sono gingillata a lungo, mi ha protetto e coccolato, mi ha fatto da scudo e da amuleto. Si può rivendicare più o meno tutto quello che ti pare appellandoti al desiderio. Mica è colpa tua, è lui che comanda. Tu puoi solo soccombere. E – a dirla tutta – era molto bello soccombere.