Ci sono più smarrimenti nelle autostrade che nei boschi, più nei parcheggi che in mare, più dentro i quartieri metropolitani che sulle montagne, più nei condomini che nello spazio. Soprattutto ci si perde nei luoghi costruiti per non perdersi dove forse anche Cartesio oggi si perderebbe: le case. Leggo il romanzo di Lia Piano, che è la figlia dell'architetto, sulla voglia di accasarsi e di rincasare, che è la maniera più sicura di naufragare nell'universo della parola casa ed è appunto "L'arte di perdersi” (Bompiani) casa per casa, con l'ossessione di trovare «la casa come me» che è un'identità italiana, la casa ironica e calda di Brancati, quella malinconica e disperata di Vittorini, la voglia di John Fante di tornare e coricarsi nudo «in una specie di avvallamento che aveva la forma del corpo di mia madre», casa dolce casa, aria di casa e odori di casa, la casa da dove non si può scappare, la casa che, sola, garantisce la vita dopo la morte.

Il romanzo è amaramente spiritoso, una corsa veloce nella malinconia, e la sua speciale geometria stabilisce che la minore distanza tra due punti, cioè tra due case, «è una solitaria via crucis». Ci sono le casematte dell'amore, «dove in bagno scopro di essere anziana per tutto questo», e i casamenti virtuali, Tinder, Single50, Once, Bumble, Happ, sono le case chiuse degli incontri aperti: «exfriend dillo a tua sorella». Ci sono anche le case condivise «spesso a braccetto», e la casa dove la madre non riconosce più la figlia e chissà se qualche volta gli ammalati di Alzheimer giocano a far finta.