Alcuni ormoni sono veri e propri ‘nemici’ della pressione e del funzionamento del cuore e tra i principali c’è l’aldosterone, che per questo rappresenta un importante target terapeutico. Finora si è cercato di contrastare i suoi effetti con farmaci bloccanti i recettori per l’aldosterone e in parte con Ace-inibitori e sartani. Ma ora si punta più in alto. Uno studio presentato al congresso della Società Europea di Cardiologia, che chiude oggi i battenti a Monaco di Baviera dimostra che l’aggiunta di baxdrostat (un inibitore dell’enzima aldosterone-sintetasi), alla terapia antipertensiva tradizionale, aiuta a controllare i casi di ipertensione cosiddetta ‘resistente’ e ‘non controllata’. Se finora dunque ci si era limitati a contrastare gli effetti dell’aldosterone ‘a valle’, cioè la sua azione di attivazione dei recettori specifici, questo nuovo farmaco, un potenziale ‘primo della classe’, agisce a monte, inibendo del tutto la produzione di questo ormone. Lo scorso anno il New England Journal of Medicine aveva pubblicato i risultati dello studio di fase 3 BaxHTN, a 12 settimane di trattamento. E quest’anno, i risultati di questo studio, protratti per un anno (fase ‘on label’ dello studio), consolidano le buone performance e la sicurezza di baxdrostat. E questa nuova fase dello studio BaxHTN, presentato al congresso dell’ESC 2026, dimostra che il suo impiego riduce la pressione ‘da seduti’ di 12,6 mmHg, rispetto al basale. L’ipertensione arteriosa è una patologia ad altissima prevalenza, progressiva e spesso silenziosa (è un silent killer). “Proprio per la sua natura asintomatica, spesso non viene diagnosticata per anni, aumentando potenzialmente il rischio di infarto, ictus, insufficienza cardiaca e malattie renali – spiega Massimo Volpe, presidente della Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare SIPREC, professore emerito presso l’Università La Sapienza e IRCCS San Raffaele di Roma – L’ipertensione viene spesso erroneamente percepita come una patologia semplice da tenere sotto controllo e il paziente stesso tende a sottostimarne la gravità, quando in realtà il suo impatto prognostico resta molto rilevante. Nonostante i cambiamenti nello stile di vita e l’utilizzo delle terapie farmacologiche standard disponibili, una quota rilevante di pazienti (in Italia almeno 1 su 3 secondo l’Organizzazione Mondiale di Sanità) non raggiunge ancora i livelli pressori ideali, a testimonianza di quanto permanga un importante bisogno clinico non ancora soddisfatto”. A differenza di quanto accaduto in altri ambiti della cardiologia, la ricerca e l’offerta di nuovi farmaci antipertensivi negli ultimi vent’anni sono rimaste un po’ al palo. Per questo gli esperti hanno accolto con attenzione i risultati dello studio con questo nuovo farmaco. “Baxdrostat – commenta il professor Volpe – è un inibitore selettivo dell’aldosterone sintetasi, che riduce a monte la sintesi di un ormone chiave nell’ipertensione di difficile controllo, anziché limitarsi a contrastarne gli effetti a valle, come fanno invece i bloccanti del recettore dei mineralcorticoidi. I nuovi dati a 52 settimane degli studi presentati all’ESC consentono ora di valutarne l’impatto a lungo termine su efficacia e sicurezza, aspetto non trascurabile in una patologia cronica come l’ipertensione e consolidano il ruolo dell’aldosterone come meccanismo biologico rilevante nella fisiopatologia dell’ipertensione, in particolare nelle forme non controllate o resistenti. In particolare, oltre ad avere un’efficacia paragonabile o addirittura superiore a quella di interventi come la denervazione renale (riservati ai casi più complessi di ipertensione resistente), questo farmaco è sicuro e maneggevole perché non aumenta i livelli di potassio nel sangue a livelli pericolosi. È insomma una nuova interessante prospettiva terapeutica nell’ipertensione difficile da trattare”. A soffrire di ipertensione è il 30% degli italiani, ma dopo i 65 anni, ad essere ipertesa (cioè con una pressione superiore a 140/90 mmHg) è una persona su due. Il baxdrostat al momento ha ricevuto l’Ok dall’FDA, mentre è ancora in fase di valutazione da parte dell’EMA.
Dopo vent’anni di stallo, arriva una nuova molecola contro l’ipertensione arteriosa. Lo studio presentato al congresso della Società Europea di Cardiologia | MilanoFinanza News
L’aggiunta di baxdrostat alla terapia antipertensiva tradizionale, aiuta a controllare i casi di ipertensione cosiddetta ‘resistente’ e ‘non controllata’. Finora si è cercato di contrastare i suoi effetti con farmaci bloccanti i recettori per l’aldosterone e in parte con Ace-inibitori e sartani. Ma ora si punta più in alto













