Molti pazienti che soffrono di pressione alta non riescono a farla ritornare nei valori considerati ottimali. Anche se seguono una terapia specifica, magari assumendo più di un farmaco. In questo modo queste persone continuano a correre rischio cardiovascolari e renali. Per loro arrivano oggi dei dati interessanti, presentati al Congresso della European Society of Cardiology 2025 e pubblicati sul New England Journal of Medicine: aggiungere baxdrostat alla terapia standard riduce in maniera statisticamente significativa e clinicamente rilevante la pressione arteriosa sistolica media in posizione seduta rispetto al placebo a 12 settimane di trattamento.
“I risultati del trial BaxHTN, al quale anche l’Istituto Auxologico di Milano ha partecipato, rappresentano un vero progresso per una popolazione che ha ancora un importante unmet medical need, nonostante la politerapia. Lo studio BaxHTN ha raggiunto l’endpoint primario e tutti gli endpoint secondari evidenziando come baxdrostat, in aggiunta alla terapia standard, determini una significativa e sostenuta riduzione della pressione arteriosa sistolica, fino a 15,7 mmHg rispetto al basale, offrendo una risposta terapeutica di elevata rilevanza clinica in una popolazione ampia e rappresentativa di pazienti non controllati o resistenti”, ha commentato Gianfranco Parati, Professore Onorario di Medicina Cardiovascolare, Università degli Studi Milano-Bicocca, Direttore Scientifico dell’Istituto Auxologico Italiano IRCCS Milano e Presidente della World Hypertensione League. “Raggiungere una riduzione di pressione di tale entità si associa a un rischio significativamente inferiore di infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattia renale. Grazie a questa nuova strategia terapeutica, un numero sempre maggiore di pazienti potrà raggiungere un controllo pressorio ottimale, con un impatto concreto sugli esiti clinici a lungo termine per milioni di persone”.










