Nel clima polarizzato di oggi, il risultato negativo del referendum islandese sull’apertura di un negoziato di adesione all’Unione europea ha prodotto ogni genere di interpretazione. Secondo Marine Le Pen, candidata del partito di estrema destra Rassemblement national alla presidenza francese, il voto è il segno che “l’adesione all’Unione europea non è l’orizzonte naturale di tutte le democrazie del continente”. Letture simili, però, non tengono conto delle peculiarità islandesi.

L’Islanda è un’isola di 400mila abitanti a più di duemila chilometri dal continente europeo, nel bel mezzo dell’Atlantico settentrionale. Il paese non fa parte dell’Unione europea, ma aderisce allo spazio economico europeo come la Norvegia e la Svizzera. Di conseguenza ha accesso al mercato unico e allo spazio Schengen di libera circolazione, uno status che non viene rimesso in discussione dal referendum. Niente “Brexit islandese”, insomma.

Il voto in Islanda evidenzia una spaccatura tra gli abitanti della capitale Reykjavík, chiaramente favorevoli all’adesione, e quelli del resto dell’isola, in gran parte pescatori e agricoltori, nettamente schierati per il no. La spiegazione è semplice: le comunità rurali temono un impatto negativo sul loro settore, mentre i residenti delle aree urbane ragionano in termini più geopolitici.