I risultati del referendum in Islanda sulla riapertura dei negoziati per l’adesione della nazione insulare all’Unione europea, che ha visto vincere il ‘no’ con il 52,8% dei voti, contro il 47,2% del ‘sì’, produce conseguenze a cascata in Europa: si rafforza il partito degli euroscettici, mentre gli europeisti si domandano come rendere più attrattivo il progetto europeo.

Il referendum in Islanda ha avuto una risposta chiara: no alla ripresa dei negoziati per l'adesione all'Unione europea, con il 52,8% dei voti contrari. I sì sono stati il 47,2%, con una differenza tra i due schieramenti non fortissima (poco più di 12mila voti).

Il referendum verteva appunto sulla possibilità che l'Islanda riavviasse i negoziati di adesione Ue, a oltre dieci anni dalla conclusione dei precedenti colloqui – che si erano interrotti nel 2013, con la vittoria elettorale degli euroscettici – ma non si trattava di una votazione sull'adesione all'UE in sé. La capitale Reykjavik è stata l’unica area della nazione insulare di 400mila abitanti in cui la maggioranza ha votato a favore della proposta: il sì ha sfiorato il 57%, mentre il no ha prevalso soprattutto nelle circoscrizioni rurali, dove ha supera in tre collegi su quattro il 60%. L’affluenza è stata altissima, con oltre l’82% dei 270.000 aventi diritto che si sono recati alle urne. Questo il quadro generale dei risultati. Ma qual è il significato politico di questo voto? Il risultato, largamente prevedibile secondo alcuni esperti, arriva in un momento molto complesso, mentre il presidente degli Stati Uniti Trump continua a minacciare un'altra grande isola del Nord, la Groenlandia, e l'Artico diventa sempre più al centro degli interessi delle grandi potenze.