La vittoria del “no” si gioca fino all’ultimo voto, ma per ora risulta in vantaggio: l’Islanda, chiamata alle urne nel referendum per la ripresa dei negoziati sull’adesione all’Unione Europea, sceglie – in sostanza – di non entrare nell’unione doganale né tanto meno di adottare l’euro. Il Paese, infatti, è già parte del mercato unico dell’Ue e dell’area Schengen. A urne chiuse e spoglio in corso, sulla base dei primi 153.197 voti scrutinati su 270.000 aventi diritto, secondo quanto riportato dall’emittente pubblica RUV, il 50,1% ha respinto la proposta del governo, mentre il 49,9% si è espresso a favore, con soli 435 voti di differenza. Il governo di centrosinistra del primo ministro Kristrún Frostadóttir aveva promesso di indire un referendum entro il 2027, ma il voto è stato anticipato a causa delle tensioni internazionali, tra cui le minacce del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro la Groenlandia. Tuttavia, il dibattito nella nazione insulare di quasi 400mila abitanti si è concentrato più sul settore della pesca che sulle questioni di sicurezza.

Gli europeisti, il fronte favorevole alla riapertura dei negoziati per aderire all’Ue, sono stati traditi dal risultato elettorale della capitale, dove il “sì” ha vinto ma con un distacco inferiore alle attese. Nella circoscrizione Reykjavík Sud, il 54,49% degli elettori ha risposto sì al quesito referendario, il 45,51% no. Migliore il risultato nel collegio elettorale di Reykjavík Nord, dove il 57,51% ha risposto sì e il 42,49% no. Ma la vittoria degli europeisti nella capitale probabilmente non basterà a contrastare l’avanzata del “no” nel resto dell’isola. I collegi elettorali del Sud-Ovest, del Sud, del Nord-Ovest e del Nord-Est segnano infatti un netto vantaggio di chi non vuole riaprire i negoziati. Nella circoscrizione nord-orientale, ad esempio, il “no” si avvia verso una vittoria schiacciante, con il 59%.