Pesano pesca, sovranità, costo della vita e divisioni nel Paese: l'Islanda non riaprirà i negoziati per aderire all'Ue
Al referendum sulla riapertura dei negoziati di adesione all'Ue, l'Islanda risponde "no". Il voto del 29 agosto ha visto prevalere i contrari per cinque punti: 52,8% per il no; 47,2% per il sì. Quello che dai sondaggi della vigilia si presentava come un testa a testa fra due posizioni quasi sovrapponibili, si è rivelato un voto deciso per il no, fin dall'inizio dello scrutinio.
Con importanti differenze territoriali: in due circoscrizioni della capitale Reykjavik il sì ha prevalso. Altrove ha vinto il "no", con punte del 63% nei territori del nord-ovest, dove il tema del potenziale regolamento del settore ittico è particolarmente sensibile.
La posizione del governo e le motivazioni degli euroscettici
Il governo socialdemocratico della premier Kristrún Frostadóttir aveva sostenuto le ragioni del sì, per ragioni strategiche e di sicurezza. "Ora o mai più", aveva detto il primo ministro. I fautori del "Sì" hanno sostenuto che l'adesione alla Ue avrebbe potuto attenuare gli alti tassi di interesse e offrire maggiore sicurezza in un mondo sconvolto dalla guerra in Ucraina e dalla retorica del presidente statunitense Donald Trump sull'annessione della Groenlandia.










