di
Irene Soave
Il referendum con cui l'Islanda ha chiesto ai suoi cittadini se volessero o meno riaprire alle trattative che avrebbero potuto portare all'ingresso nella Ue si è chiuso con la vittoria del No con il 52,8 per cento dei voti. Ora la domanda di adesione potrebbe essere ritirata definitivamente
DALLA NOSTRA INVIATA REYKJAVIK - «Se l’Europa avrebbe potuto fare di più per segnalare flessibilità, nei nostri riguardi, non sta a me dirlo. Ma questo referendum è servito a molti, in patria e all’estero, per capire che agli islandesi importa moltissimo della pesca». Domenica mattina, urne chiuse da poche ore, la premier Kristrún Frostadóttir incontra i giornalisti di mezzo mondo. Lo spoglio dei voti ha parlato chiaro: il 52,8% degli islandesi è contrario anche solo a riaprire le trattative con Bruxelles per entrare nell’Ue. Nel Nordovest dirimpettaio della Groenlandia, terra di fiordi e pescherecci, il 63%.
Le feste dei comitati elettorali del «sì» e del «no», sfrenate in due saloni a due civici di distanza della stessa via, sono finite all’alba; qualche giornalista è in hangover. Ma l’incontro con le Valchirie — così la stampa nazionale chiama le donne del governo — è stato indetto prestissimo, nella luce di un salone della sala concerti Harpa, monumento cittadino. Kristrún Frostadóttir, classe 1988, la più giovane premier della storia del Paese, sul referendum aveva messo la faccia, inserendolo nel programma e anticipandolo dopo le uscite di Trump sulla Groenlandia. Con lei ci sono la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, fautrice del «sì», e la ministra dell’Educazione Inga Sæland, fautrice del «no». Anche per le divergenze nella coalizione il referendum, consultivo, è stato dichiarato vincolante: era nei patti, cioè, che la volontà degli elettori sarebbe stata rispettata.










