Una bottiglia di plastica può diventare una medusa dagli occhi alieni.Una rete spiaggiata,i tentacoli di un polpo enorme. Una cima recuperata da una nave, parte di una scultura. Ci sono materiali che, una volta abbandonati in mare, sembrano aver concluso la propria storia. L’artista friulana Elisabetta Milan, 46 anni, invece li raccoglie e riscrive il loro destino, trasformandoli in opere d’arte. L’ego artistico c’entra solo fino a un certo punto. L’obiettivo è un altro: rendere visibile quello che normalmente resta astratto.
Elisabetta Milan, con la plastica il suo impegno per il mare
Sapere, infatti, che ogni anno finiscono nei mari tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica (quanto un camion della spazzatura al minuto), secondo quanto denuncia Greenpeace, o che nel Mediterraneo ne vengano riversate 570mila tonnellate, una quantità pari al peso di oltre 50 Torri Eiffel, racconta molto bene la dimensione del problema, ma non sempre basta a renderlo concreto ai nostri occhi.
«Gli scarti rendono bene l’idea di cosa buttiamo in mare»
«Vedere, al contrario, gli scarti che occupano fisicamente uno spazio cambia tutta la percezione della questione» osserva Milan. Ne è un esempio la famiglia di “meduse aliene”, la sua installazione più pop: ogni creatura (un ensemble di diverse dimensioni) occupa lo stesso volume dei rifiuti plastici prodotti in un mese da una famiglia, circa 24 chili. «Riduciamo a pochi minuti la vita di una confezione di plastica che, invece, arriva a sopravvivere nei fondali marini per tempi lunghissimi» sospira. A proposito di specie aliene – quelle vere – nel Mediterraneo, secondo un alert recente, è tornata ad apparire la “caravella portoghese”, uno degli organismi marini più temuti per la potenza delle sue cellule urticanti.








