Ratko Mladić è morto ma l’eredità che ha lasciato gode di ottima salute. Per questo la decisione del governo serbo di dedicare al boia di Srebrenica i funerali di Stato, ben lungi dall’essere una sorpresa di cattivo gusto, rappresenta piuttosto il frutto sano di anni di politica serba votata al nazionalismo e al vittimismo.

In realtà, è anche un annuncio perfettamente in linea con una rodata tradizione belgradese: trasformare i propri fallimenti in celebrazioni utili a forgiare il senso di appartenenza, un vessillo da sventolare in risposta alle ingiustizie subite. Fu così nel 1389, anno della sconfitta contro i turchi, poi diventata festa nazionale. Ed è così oggi, nella strenua opposizione della Serbia all’indipendenza del Kosovo. I conflitti degli anni Novanta non fanno eccezione a questa dinamica, ed è così che i crimini compiuti non sono nefandezze per cui pagare, ma atti eroici da celebrare. Si tratta di una narrazione che può restare perlopiù sullo sfondo, silente, e che, tuttavia, nel momento di inciampo con un evento storico di grande impatto emotivo, deflagra in tutta la sua concretezza. Si trasforma negli striscioni della curva della Stella Rossa inneggianti a Mladić, nelle vie della città bosniaca di Zvornik riempite dai tanti scesi in strada ad omaggiarlo.