Manuela (nome di fantasia) a scuola non ci è più tornata. Prima il rifiuto in famiglia, ancora prima del coming out. Poi un’aggressione tra i banchi e, infine, la sensazione di non essere stata capita né protetta. Al termine di un lungo percorso ha preparato l’esame da privatista. Un anno più tardi si è iscritta all’università e oggi ha ritrovato la sua serenità.

La sua è una storia di riscatto, ma parte da una ferita che molte altre persone LGBTQIA+ conoscono bene: quella che si apre proprio in famiglia. La violenza, infatti, non comincia necessariamente per strada. Spesso ha inizio molto prima, dietro una porta chiusa: nel rifiuto di un padre o di una madre, nell’ostilità quotidiana, nella pressione a nascondersi, nelle minacce. Le conseguenze possono essere pesanti: autolesionismo, disturbi alimentari, tentativi di suicidio, difficoltà nelle relazioni, problemi psicologici e, nei casi più gravi, psichiatrici.

È il quadro che emerge dal lavoro del Cad Mo.N.Di., il Centro antidiscriminazione attivo a Bari dal 2022, gestito da Mixed LGBTQIA+ in partenariato con Sud Est Donne. Nei primi sei mesi dell’ultima annualità sono stati circa cento gli accessi, quasi quanti nell’intero anno precedente. La metà ha portato a una presa in carico con un sostegno legale e psicologico. Gli utenti sono soprattutto giovani tra i 18 e i 30 anni. «I numeri raccontano un panorama di grande sofferenza, ma ci conforta che le vittime comincino a riconoscere questi luoghi come spazi in cui trovare ascolto - spiega Rosy Paparella, coordinatrice del Cad Mo.N.Di. -. Vogliamo costruire un modello vicino a quelli del Nord Europa: non solo uno sportello, ma una rete di protezione e di microsocialità sicura».