No: non toccate le primarie. Francesco Piccolo non è solo un grande scrittore. E’ anche un conoscitore acuto e smaliziato degli umori, delle ossessioni, delle paure, delle angosce e dei desideri dell’elettore progressista e ieri su Repubblica ha dato libero sfogo a un sentimento diffuso nel centrosinistra. Sintesi estrema: non fate stupidaggini, non fate scelte di cui potreste pentirvi, non fate mosse avventate e smettetela di pensare anche solo per un istante a trovare un candidato premier, nel campo largo, attraverso le primarie.La tesi di Francesco Piccolo è semplice e a suo modo lineare: le primarie sono troppo conflittuali e quando la conflittualità si incrocia con una coalizione molto fragile, molto divisiva, molto titubante e molto periclitante il rischio del patatrac è dietro l’angolo. E dunque, dice Piccolo, meglio soprassedere, meglio fischiettare, meglio cercare altre soluzioni, meglio fare un piccolo sforzo di creatività per tirare fuori dal cilindro magari non un diciottenne o un partigiano ma comunque un qualsiasi volto in grado di trovare una sintesi e mettere insieme anime divise in cerca di un autore che possa aiutarle a trovare una sintesi. Piccolo coglie un umore diffuso, nel centrosinistra, ma ci permettiamo di dire a Francesco Piccolo e agli elettori progressisti che si sono sentiti meno soli dopo aver letto Piccolo su Repubblica che non fare le primarie non è solo una boiata pazzesca ma è un modo come un altro per non voler risolvere i problemi emersi in questi giorni di fronte alla sola evocazione, a sinistra, delle parole primarie.Le primarie non sono solo una festa di popolo. Sono uno degli strumenti più innovativi, più coraggiosi, più potenti, più dirompenti e più efficaci mai emersi nella storia politica del nostro paese. Le primarie creano concorrenza, la concorrenza genera competizione, la competizione produce innovazione, l’innovazione porta semplificazione, la semplificazione costringe i leader a darsi da fare, a mettersi in gioco, a testare le proprie capacità, e quando un partito o una coalizione rinuncia alle primarie perde tutto ciò che dovrebbe cercare per creare un’alternativa. Le primarie funzionano proprio perché dividono, perché creano conflitto, perché costringono le correnti a guardarsi allo specchio, perché costringono i partiti a fare i conti con i propri tabù, perché spingono le coalizioni a cercare di superare gli steccati degli identitarismi e perché in definitiva aiutano le coalizioni o i partiti a mettere in campo quello che serve per provare a vincere le elezioni: idee, proposte, messaggi, leadership.Una coalizione che si guarda allo specchio e che si rende conto di non avere leader all’altezza della partita, piuttosto che rinchiudersi nel buio tetro di un caminetto, affidando a un privé al ristorante la scelta del leader da candidare, dovrebbe fare di tutto per reagire, per colmare il proprio deficit, per dotarsi di un leader all’altezza o per spingere i leader non all’altezza a compiere uno scatto in avanti. Se i leader non funzionano, le alternative sono necessarie ed è curioso dover ricordare a un partito nato sulle primarie (il Pd), il cui leader non sarebbe diventato tale senza le primarie (Schlein), alleato con un partito che per anni ha inondato i palinsesti con il messaggio a suo modo dirompente della democrazia che deve partire dal basso (il M5s), che ha selezionato o legittimato attraverso i gazebo alcune delle sue leadership più importanti – Prodi, Veltroni, Bersani, Renzi –, che continua a evocare l’Ulivo e Prodi, cioè proprio il leader che nel 2005 ricevette dalle primarie una formidabile legittimazione popolare, e che in quella occasione riuscì a portare ai seggi 4.311.149 persone, che se le primarie fanno paura non è perché le primarie sono pericolose ma è perché le primarie sono come uno specchio che riflette i limiti, i problemi, i peccati non risolti di una coalizione. Un meccanismo capace di portare più di quattro milioni di persone a scegliere un leader non è il problema della democrazia progressista: è una delle poche cose che quella democrazia è riuscita a inventare bene. Se le primarie non si possono fare, come suggerisce Piccolo, perché la coalizione è troppo divisa sulla politica estera, poco incisiva sulla sicurezza, fragile nella proposta politica, il problema non sono le primarie che permettono, come quando le maree si ritirano, di mostrare i fondali della politica, ma sono le basi fragili su cui la coalizione è nata.Si può essere divisi sull’Ucraina? Si può essere divisi sulla Difesa? Si può essere divisi sulla sicurezza? Si può essere poco credibili sull’immigrazione? La politica della testa da nascondere sotto la sabbia può permettere di prendere in giro se stessi ma difficilmente può aiutare a evitare che l’elettore progressista, di fronte a una coalizione che giorno dopo giorno si accorge di essere debole, fragile, divisa, non credibile, veda una coalizione che, piuttosto che affrontare di petto i suoi problemi, cerca un modo per aggirarli e per evitare di porsi in pubblico le domande necessarie. Ci sono alternative a questi leader? Ci sono alternative a questi equilibri? Ci sono alternative a queste idee? Ci sono modi per cercare di essere non meno competitivi ma più innovativi?Avere un’alternativa in grado di competere non sarebbe importante solo per il centrosinistra, per avere un futuro più glorioso di quello che avrebbe senza cercare di risolvere i propri problemi, ma sarebbe importante anche per il centrodestra, che di fronte a una coalizione poco competitiva può permettersi di governare l’esistente, senza fantasia, e che di fronte a una coalizione in grado di competere avrebbe invece il dovere, a sua volta, di innovare, di sfidare le rendite, di superare lo status quo e di guardare al futuro in modo creativo e non conservativo. Proprio la paura di fare le primarie giustifica il dovere di fare le primarie. Se le leadership vengono considerate poco forti, bisogna trovare un modo per responsabilizzarle. E per cercare nuovi volti non serve immaginare prima un programma e poi scegliere una leadership, come se la leadership fosse un attore chiamato semplicemente a recitare un copione già scritto da altri. Una leadership è già un programma: significa scegliere priorità, gerarchie, compromessi, messaggi, una politica estera, una politica economica, una politica sulla sicurezza. Le primarie servono anche a decidere quale copione scrivere e quale idea di coalizione offrire al paese. Serve cercare un volto in grado di rappresentare la coalizione in modo innovativo, con un po’ di sangue e un po’ di merda, come avrebbe detto Rino Formica, ma con la certezza che con le primarie c’è qualche possibilità in più di vincere un’elezione, senza primarie c’è qualche possibilità in più di perderla. Proprio la paura delle primarie dimostra perché le primarie servono. Se esiste un’alternativa migliore, bisogna darle la possibilità di emergere. Il problema non è lo specchio. Il problema è ciò che lo specchio riflette e che una parte del centrosinistra preferirebbe non vedere. Lunga vita alle primarie.