Dopo il lungo interrogatorio dei bombaroli, gli inquirenti si concentrano su un dettaglio chiave: chi ha ordinato di colpire i veicoli? Nei verbali spuntano i messaggi tra il conduttore e Lavitola e le incongruenze sui sopralluoghi prima dell'esplosione

L’indagine sull’attentato contro Sigfrido Ranucci imbocca una direzione ben precisa dopo il lungo interrogatorio di nove ore reso da Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, due dei quattro esecutori materiali della bomba. Gli inquirenti si concentrano su un passaggio chiave per chiudere il cerchio: chi ha segnalato alla banda le due auto da colpire (una Opel Adam e una Ford Ka) parcheggiate in via Po a Torvaianica, all’esterno della villetta del giornalista? Ne parla oggi Il Giornale, anche perché questo aspetto è tutt’altro che chiaro.

Una «botta» da fare, ma dove?

Dalle ricostruzioni e dai verbali dell’interrogatorio emergono incongruenze sulle modalità dell’attentato. Quando Clesio Gomez Tavares (factotum di Lavitola e intermediario con i bombaroli) ingaggia D’Avino, l’ordine è solo quello di mettere una «botta» (una bomba carta) fuori dal cancello della villetta a Roma. Le automobili nelle conversazioni però non vengono mai menzionate. Non solo, durante il sopralluogo decisivo effettuato da Tavares, D’Avino, Marika De Filippis e Saverio Mutone, le due auto non erano presenti.