di Stefano
Brogioni
"La Fiorentina non doveva fallire". L’avvocato Antonio D’Avirro lo ripete sfogliando la sentenza, divenuta anch’essa parte dei cento anni della storia viola, con cui il tribunale di Firenze – nel novembre del 2006 – condanna Vittorio Cecchi Gori per la bancarotta del club. Una morte che, sportivamente parlando, era arrivata il primo agosto del 2002, con la mancata iscrizione al campionato dopo una stagione che, sul campo, si era conclusa con la retrocessione in serie B.
"I 140 miliardi di lire incassati dalla cessione di Toldo e Rui Costa vennero usati interamente per saldare il debito verso l’agenzia delle entrate – prosegue D’Avirro -. Se non ci fosse stato quell’obbligo, imposto dalla procedura, la società avrebbe potuto ricapitalizzare e allo stesso tempo trattare con l’agenzia delle entrate per dilazionare i pagamenti. Quello che accadde a Roma e Lazio con il cosiddetto Lodo Petrucci, alle quali venne consentito di spalmare un debito addirittura più alto di quello dei viola".
E invece, prosegue il legale che in quel processo difese il braccio destro di Cecchi Gori, Luciano Luna, "la Fiorentina venne privata di una cifra importante, in campionato non si rafforzò, arrivarono altre iniziativa della procura, che nel settembre del 2001 chiese il fallimento".








