Marchini è una città dove il calcio non è mai soltanto uno sport, ma un’estensione dell’anima, una contesa filosofica, quasi un prolungamento dell’arte rinascimentale. Quella città è Firenze. E c’è un decennio, gli anni Ottanta, in cui la serie A rappresentava il centro del mondo, il pianeta dorato dove i migliori talenti del globo convergevano per contendersi la gloria. In quella Fiorentina ambiziosa e passionale, guidata dalla famiglia Pontello (Ranieri presidente) sbocciò un biennio magico e anche contraddittorio, segnato dall’arrivo di due giganti del calcio sudamericano: Daniel Alberto Passarella da Chacabuco e Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti Socrates. Due personalità agli antipodi, due modi opposti di intendere il pallone e la vita, capaci di infiammare l’allora Comunale, oggi ’Artemio Franchi’ e di lasciare un’impronta indelebile nella memoria collettiva viola, seppur con destini completamente diversi.
Il primo ad arrivare sull’Arno fu Passarella, nell’estate del 1982, fresco capitano dell’Argentina e già campione del mondo quattro anni prima. Il suo arrivo fu un terremoto di personalità. Ribattezzato "El Gran Capitán" o "Caudillo", Passarella non era un semplice difensore centrale: era un leader naturale, un condottiero con lo sguardo fiero come solo gli argentini sanno essere e un temperamento incandescente, difficilmente propenso ai compromessi. Firenze, che ha sempre amato i caratteri forti e spavaldi, lo adottò all’istante.







