Pontini è un ragazzino grasso a Reconquista, in Argentina, che i compagni chiamano gordo, che il pallone lo tocca solo per le partitelle con gli amici: fino a sedici anni preferisce giocare a pallavolo. Non sembra un calciatore, non si muove come un calciatore, nessuno scommetterebbe sul suo futuro sull’erba di un campo di calcio. E lui, in effetti, manco ci pensa a fare il bomber. Quel ragazzino diventerà uno dei centravanti più forti di sempre, e Firenze lo chiamerà semplicemente Re Leone, per via della criniera bionda e per la sua forza esplosiva. Gabriel Omar Batistuta diventerà leggenda. In mezzo c’è tutta la distanza che separa un mito dalla sua nascita. E un’ostinazione che non è stata soltanto sua. La prima è quella di Jorge Griffa, il leggendario osservatore del Newell’s Old Boys. È lui a vedere qualcosa nel gordo di Reconquista che a tutti gli altri sfugge. Ed è lui a insistere finché non lo porta con sé nelle giovanili del Newell’s, a Rosario, e ce lo riporta quando ‘scappa’. Un atto di fede, perché tutto, in quel diciassettenne lento e sovrappeso, sembra dire il contrario del calcio.
A Rosario, ad aspettarlo c’è un altro uomo ostinato: Marcelo Bielsa, el Loco. Lo mette a dieta, lo fa correre, lo “svezza” e in premio gli regala cioccolata ad ogni gol. Da Rosario a Firenze il salto è chilometricamente lunghissimo, eppure molto breve. Quando Bati arriva, nel ‘91, l’impatto non è quello di una favola. “Mi guardai intorno e pensai: ma dove sono capitato?”, racconterà lui stesso a chi scrive in una delle interviste raccolte per questo giornale. Pomeriggi di smarrimento, giornate toste, lui quasi isolato, poi l’innamoramento suo, e quello di un’intera curva. In fondo è un’altra ostinazione a catapultarlo in città. Siamo in piena era Cecchi-Gori. Vittorio giura di averlo visto mentre giocava la Coppa Libertadores e di aver ‘ordinato’ al suo avvocato di volere lui, soltanto lui perché era ‘perfetto’, un “sudamericano-europeo”.






