L’immenso talento del brasiliano più esaltante sprecato da una clausola sul contratto. L’infortunio a Batistuta, con la squadra in testa, e la sua fuga in Brasile spengono le speranze.di Giampaolo
"E dai Edmundo facci un gol, così Firenze esploderà...". Ci sono nostalgie che a 3Firenze non si cancellano, ma restano sospese nell’aria dell’Arno come la nebbia fitta dell’inverno del 1999. È la memoria di una bellezza fatale, che ha avuto le sembianze e il passo di danza di Edmundo Alves da Souza Neto. Lo chiamavano “O Animal”, eppure in quel corpo teso e rabbioso c’era una poesia selvaggia, capace di trasformare il campo di gioco in un teatro d’avanguardia. Il brasiliano è stato il più grande, struggente “cosa sarebbe successo se” della storia viola: una cometa accecante che ha acceso il cielo di una città per poi lasciarla al buio, col cuore spezzato e le mani piene di vento.
Arrivato nel gennaio del 1998 per 13 miliardi di lire, come una tempesta tropicale promesso dal Vasco da Gama, Edmundo era l’incarnazione del genio ribelle, un acrobata del pallone che giocava a piedi nudi nell’anima. I primi mesi sono di apprendistato in una Serie A molto fisica, ma è nel 1998-1999 che la magia si compie.






