Leader e programma: due questioni, entrambe senza risposta. Sul leader, incredibilis dictu, si è persino proposto un prestanome. Ma non occupiamoci qui del leader – ovvero del gioco delle convenienze soggettive dei contendenti – e affrontiamo il programma. È un vaso di Pandora persino più grande di quello della scelta del leader. Perché? Per cominciare: che cosa vuol dire scrivere un programma in un mondo nel quale siamo sottoposti al dettato di eventi che non dipendono da noi e che non riusciamo neppure a condizionare? Se guardiamo al dibattito italiano e mondiale, vediamo che le questioni decisive stanno oltre i nostri confini, anche quando dominano in modo netto e diretto la nostra vita quotidiana. E poi c’è l’accelerazione dell’incertezza: c’è qualcuno che sappia – esattamente – come finirà la guerra intorno allo Stretto di Hormuz? C’è qualcuno che possa stabilire che cosa sarà dell’invasione russa dell’Ucraina fra tre mesi o tre anni? Qualcuno sa se l’escalation russa contro l’Europa, per ora ibrida e semi-occulta, crescerà, e in quale forma, e con quali conseguenze e quali risposte renderà necessarie? Dunque: quale programma scriviamo?

Se siamo dentro un mondo imprevedibile, l’unico programma razionalmente scrivibile – e sul quale chiedere il consenso della popolazione – non può essere un catalogo di decisioni già prese. Può definire, semmai, una posizione politica capace di misurarsi con le situazioni che via via si presentano: non criteri di galleggiamento (per quelli esistono una storia e uno stile, a destra come a sinistra, che non occorre illustrare), ma fermi criteri di guida alle decisioni. Un impianto nel quale si definiscano una postura e alcuni obiettivi generali; insomma, una bussola per decisioni da prendere se, quando e nel modo in cui le circostanze lo richiederanno.