Saranno almeno quattro anni, tanti quanti ne ha il governo che si accinge a celebrare il record di stabilità, che la Lega, per bocca del suo segretario e vicepresidente del consiglio Salvini, si accosta alla scadenza della sessione di bilancio ponendo il problema di una riduzione dell’età della pensione. E ne esce, a discussione conclusa, anche con l’inflessibile ministro leghista dell’Economia Giorgetti, con un aumento della stessa età. Giunta ormai ai 67 anni della vituperata riforma Fornero, presentata ormai 15 anni fa tra le lacrime dall’allora ministra del Lavoro del governo Monti, e da allora sottoposta a ogni tipo di attacchi.

Che tuttavia non sono riusciti a scalfire il principio che in un Paese in cui l’età media dei cittadini lavoratori cresce e il livello dei contributi dei giovani nuovi assunti diminuisce, tenere sotto controllo la spesa pensionistica contribuisce fortemente all’equilibrio dei conti pubblici. Tra un criterio e l’altro (l’età è solo un dato formale, prima che il neo pensionato incassi la sua prima pensione trascorrono mesi) si arriverà così l’anno prossimo e alla scadenza elettorale del 2027 a portare a 68 anni, in media, il limite per l’entrata in quiescenza. Si sa. Non c’è altra strada. Sebbene sia un prezzo alto da pagare, non il solo, per Meloni e il centrodestra.