Una Federal Reserve che parli di meno, che non sia vincolata da regole stringenti, che consideri soprattutto i dati e abbia una sua disciplina, anche se non è chiaro quale essa sia: questa è l'immagine che viene dal discorso di apertura del presidente della Banca centrale americana, Kevin Warsh, al Symposium dei banchieri centrali di Jackson Hole. Chi si aspettava un discorso anticipatore delle decisioni che potrebbe prendere il Comitato monetario della Federal Reserve nella riunione del 15 e 16 settembre sarà rimasto deluso, perché Kevin Warsh ha detto basta a una Banca centrale che parla troppo e che il vertice è impegnato in una disciplina non in una decisione (specifica). Ma poi, scendendo nel merito, ha preso le distanze sia dalla “forward guidance”, con i mercati chiamati a interpretare la retorica della Fed (...)

Sia dalla funzione di reazione che comporta l’indicazione dei segnali in base ai quali la Banca centrale agisce in un modo o nell’altro. In sostanza, il presidente afferma che bisognerà avere la certezza, dato che l’aumento dei prezzi desta ora maggiore preoccupazione, che almeno l’inflazione di fondo vada verso il target del 2 per cento, in ottemperanza al mandato che chiede il mantenimento della stabilità monetaria e il sostegno all’occupazione. Se ciò non accadrà, allora bisognerà fare il lavoro necessario, agire sui tassi: è, questa, una delle poche indicazioni concrete. Warsh ha comunque precisato che deciderà in base ai dati, anche se dovesse andare in rotta di collisione con Trump. È una importante affermazione di autonomia istituzionale e propria. Naturalmente, è anche vero che Warsh non poteva anticipare, anche per un doveroso riserbo, le proposte che farà, se le ha già chiare, nella predetta riunione del 15 prossimo e che una differenza rispetto alla linea del predecessore Jerome Powell, ma anche a quella del predecessore di quest’ultimo, Ben Bernanke, si poteva supporre. Ma, se vi è molto ancora da scoprire, l’attesa si verifica purtroppo nel contesto meno adatto, in un momento cioè molto difficile a livello globale. Dovrebbe essere una scelta tattica, o comunque volta a evitare frizioni evidenti nell’amministrazione, il fatto che il presidente poi non abbia detto alcunché, sia pure in modo soft e indiretto comunque politicamente abile, sulle posizioni del Segretario al Tesoro Scott Bessent con riferimento alle operazioni di sostegno dello yen vendendo euro, e al cosiddetto “twist”, la vendita di titoli a tre anni per acquistare titoli a sei e oltre che hanno provocato disorientamento a livello internazionale mentre saliva il prezzo dell’energia. Alla fine, resta l’immagine iniziale di una Fed che, secondo Warsh, deve parlare meno, ma è chiaro che non è la quantità delle dichiarazioni l’aspetto centrale, bensì la loro qualità e appropriatezza. La Fed è la prima Banca centrale al mondo. Sarebbe grave se, scendendo per i rami, il non parlare troppo si dovesse tradurre in un incipiente isolamento e nella sottovalutazione del coordinamento con le altre principali Banche centrali, ferme restando le rispettive autonomie. Si retroagirebbe a un periodo molto lontano, proprio al tempo dell’intelligenza artificiale e della rivoluzione che questa alimenta.