Quando giovedì 9 luglio la Federal Reserve ha diffuso i nomi dei co-presidenti delle cinque task force su comunicazione, bilancio, dati, produttività e quadro dell’inflazione, che entro fine anno riferiranno al Fomc, ha preso corpo la revisione dei “mezzi e metodi, strumenti analitici e approcci di policy” promessa da Kevin Warsh al suo primo comitato di giugno. L’elenco tiene insieme l’ex numero uno di Walmart Doug McMillon, il venture capitalist Marc Andreessen e accademici come il Nobel Thomas Sargent, ma l’attenzione dei mercati si è concentrata sui due banchieri centrali della lista: Mervyn King, governatore della Bank of England dal 2003 al 2013, che co-presiederà il gruppo sulla comunicazione, e Raghuram Rajan, già capoeconomista del Fondo monetario e poi governatore della Reserve Bank of India, cui va il bilancio.Che le nomine fossero il passaggio più delicato dell’operazione era chiaro da mesi, perché Warsh è arrivato all’Eccles Building con una conferma senatoriale passata a metà maggio per 54 voti a 45 e, soprattutto, un giuramento prestato alla Casa Bianca anziché nella sede della banca centrale, scelta che a Washington nessuno ha giudicato puramente logistica. Da allora il sospetto è sempre lo stesso: che dietro la parola “riforma” si prepari la consegna della politica monetaria al presidente che l’ha voluta. Ed è qui che la composizione delle squadre offre la prima risposta verificabile, dato che un chairman deciso ad assecondare la Casa Bianca difficilmente sceglierebbe come revisori due uomini abituati a dire ai governi ciò che i governi stessi preferirebbero non sentire.Nel caso di King, affidare la revisione della comunicazione, dot plot compreso, all’uomo che con John Kay ha dedicato un libro all’“incertezza radicale” e che da anni rimprovera ai banchieri centrali l’abitudine di esibire una precisione previsiva che non possiedono, è una scelta coerente con la diagnosi di Warsh, che nelle proiezioni della Fed di Powell denunciava “falsa precisione” e “compiacimento analitico”. Con lui lavoreranno Arminio Fraga, che guidò la banca centrale brasiliana, e Peter Fisher, ex Tesoro e Fed di New York.Altrettanto impegnativa la partita affidata a Rajan, dal momento che i 6.700 miliardi di dollari di attivi che la Fed si porta in pancia, eredità dei programmi di acquisto inaugurati nel 2008, sono per il nuovo presidente il sintomo più vistoso di una banca centrale cresciuta oltre il proprio mandato, mentre la ricerca recente dello stesso Rajan, dedicata alla dipendenza delle banche dalla liquidità creata dal quantitative easing, spiega da sola perché ridurre un bilancio sia assai più delicato che espanderlo. Né l’economista indiano, che a Jackson Hole nel 2005 avvertì dei rischi in accumulo nella finanza, ha mai mostrato indulgenza verso il consenso del momento. E poiché accanto a lui siederanno Jeremy Stein, che alla Fed è stato membro del Board of Governors, e Karen Dynan, già capoeconomista del Tesoro, Warsh si è garantito il gruppo meno accondiscendente possibile.Una circostanza, poi, non è sfuggita agli osservatori italiani: King e Rajan condividono il Premio Bancor per l’economia, ricevuto nel 2022 e nel 2024, il riconoscimento che prende il nome dalla moneta sovranazionale disegnata da Keynes per Bretton Woods, il cui albo d’oro comprende anche Mario Draghi e che premia chi unisce competenza e trasparenza nella vita economica, cioè la qualità di cui una banca centrale sotto scrutinio ha più bisogno. Se per ricostruire il capitale di credibilità dell’istituzione Warsh è andato a pescare proprio da quell’albo, vuol dire che quel criterio di selezione, approntato dall’Associazione Guido Carli con il supporto di Banca Ifis, aveva visto giusto con qualche anno di anticipo.Il cantiere si apre sul crinale più stretto che una banca centrale conosca: da un lato il precipizio dell’inflazione, spinta dallo shock petrolifero al 4,2% di maggio e scesa a giugno a un 3,5% ancora lontano dall’obiettivo; dall’altro, il burrone di Wall Street, dove le valutazioni gonfiate dall’intelligenza artificiale pagherebbero cara una stretta, con ricadute sull’economia reale e, per contagio, sulla stabilità finanziaria globale. Warsh, martedì, nella sua prima testimonianza al Congresso, ha fatto capire da quale versante non intende cadere: i dati migliori di giugno non sono una “missione compiuta”; il Fomc, che è tornato a riunirsi il 28 e 29 luglio, non ha “nessuna tolleranza per un’inflazione persistentemente elevata” e nove membri su diciotto mettono in conto un rialzo dei tassi entro l’anno, oggi fermi al 3,50-3,75%. Ed è qui che l’indipendenza si misura: fra due precipizi passa soltanto chi non ha padroni, e un banchiere centrale sospettato di averne avrebbe perso l’equilibrio prima ancora di scegliere.Resta l’obiezione, circolata fra gli analisti, secondo cui quindici esperti esterni difficilmente scopriranno ciò che centinaia di economisti interni non abbiano già studiato. L’osservazione è fondata, ma coglie il senso dell’esercizio solo in parte, poiché il comunicato impegna i gruppi a lavorare senza interferenze e a “seguire l’evidenza ovunque conduca” e, per un’istituzione sospettata di cattura politica, sottoporsi al giudizio di persone che non le devono nulla è un primo atto concreto che vale più di qualunque dichiarazione di indipendenza pronunciata davanti alle telecamere.
Fed, ora Kevin Warsh apre il cantiere della riforma della banca centrale
Puntare sulle competenze esterne per rafforzare la credibilità. Ma tra inflazione, Wall Street e Casa Bianca l’equilibrio resta fragile








