Tenuto sulla linea del traguardo dei suoi primi cento giorni alla guida della Federal Reserve, il discorso di Kevin Warsh a Jackson Hall è stato soprattutto un sottile esercizio di prudenza e al contempo persuasione parallela in direzione delle sue tre principali constituency: i mercati, gli addetti ai lavori e, oggi più che mai nonostante la formale indipendenza del mandato, l’attuale inquilino della Casa Bianca. Con tutti e tre il neopresidente della banca centrale USA ha preso tempo, anche perché le aspettative e gli interessi di ciascuno sono solo parzialmente allineati con quelli degli altri. Ed è troppo presto per rischiare di rompere con uno dei tre. Ha dunque offerto una visione molto rosea dell’economia statunitense sotto il profilo della crescita, dell’occupazione e dei profitti, musica per le orecchie sia dei mercati che dell’attuale amministrazione americana. Ma al contempo ha riconosciuto più esplicitamente che nella goffa conferenza stampa di fine luglio le minacce inflazionistiche, promettendo che interverrà tempestivamente e con la giusta energia nel caso la correzione verso il target del 2% non avvenga spontaneamente.

Un ritorno al passato quando Warsh frequentava Jackson Hall e i sentieri di montagna che la circondano in compagnia dei suoi colleghi banchieri nel suo precedente mandato nel board della Fed dal 2006 al 2011, nominato da George W. Bush di cui era giovanissimo consigliere economico. Qual David Warsh si distinse proprio per essere un falco sui pericoli inflazionistici. E, nei riferimenti espliciti alle sue frequentazioni del passato e al credo anti-inflazionistico del presente, ha voluto ribadire di essere rimasto lo stesso, a prescindere dall’investitura trumpiana. Ma al contempo, altra sottile linea di comunicazione con le diverse constituency, Warsh ha attribuito esclusivamente alla banca centrale la responsabilità di un’inflazione che dopo essere scesa a fine 2025 al 2,6% è schizzata di nuovo vicino al 4%. Eppure tra le possibili cause, insieme ad altre, non si possono non citare scelte controverse dell’amministrazione Trump, dal conflitto lanciato contro l’Iran che ha fatto impennare i prezzi dell’energia e dei prodotti collegati fino ai dazi che non aiutano e che riservano continui fattori di escalation, come dimostra il duello di queste settimane con il Canada. Warsh si è ben guardato dal farlo, evitando i sicuri strali di Trump, ma allo stesso tempo, attribuendo alla banca centrale la soluzione del problema, si è anche aperto il varco verso possibili aumenti dei tassi a breve, di cui ha rivendicato il controllo in capo alla Federal Reserve. Sperando naturalmente non ci sia bisogno di farlo o comunque di poter contenere l’intervento in pochi decimali di punto, che c’è da scommettere innescherebbero comunque una durissima reazione da parte di Trump, qualora ciò avvenisse nella prossima riunione prevista a settembre, poche settimane prima delle elezioni di mid-term. Anche qui Warsh ha giocato d’anticipo, sottolineando nel suo discorso la gestione collegiale del board basata sul consenso. E non è un caso che Trump, che ha già incominciato a punzecchiare la banca centrale, con la quale ha ancora dei conti in sospeso dopo il tentativo di licenziamento reiterato e per ora fallito di Lisa Cook, se la sia presa con i membri del board, risparmiando per ora il suo presidente (anche se nell’attuale consiglio di 6 membri escluso Warsh ci sono anche altri due esponenti di nomina trumpiana).