Roma, 26 agosto 2026 – Le piccole e medie industrie italiane resistono, continuano a occupare e provano a difendere le proprie quote sui mercati esteri. Ma non ripartono. È questa la fotografia, per molti aspetti più preoccupante di una recessione conclamata, che emerge dall’indagine congiunturale Confapi sul primo semestre 2026 e sulle aspettative per la seconda parte dell’anno, presentata a Roma dal presidente Cristian Camisa. La rilevazione è stata condotta su 2.000 imprese distribuite sull’intero territorio nazionale, con una forte presenza manifatturiera. Il problema non è un crollo generalizzato dell’attività, ma una crescita che non riesce a prendere velocità. Nel primo semestre il 60,89% delle PMI ha registrato una produzione stabile o in diminuzione, mentre soltanto il 39,11% l’ha aumentata. Ancora peggiore il quadro degli ordinativi: il 64,18% delle aziende segnala ordini fermi o in calo e solo il 35,82% una crescita. Sul fatturato la divisione è analoga: il 60,59% non registra aumenti, contro il 39,41% che riesce ad accrescere i ricavi.

È una condizione di sostanziale stagnazione industriale diffusa, nella quale le imprese riescono ancora a difendersi ma rinviano le decisioni più impegnative. La conferma arriva dagli investimenti: nel primo semestre li ha realizzati il 48,33% delle aziende, mentre il 51,67% non ha investito affatto. E soprattutto le prospettive peggiorano: nella seconda metà dell’anno soltanto il 30,9% delle PMI prevede nuovi investimenti. Quando si decide di spendere, la priorità resta molto concreta: nuovi impianti e macchinari per il 63,64% degli investitori, davanti alla formazione del personale, alla transizione digitale e alla ricerca.