Sono le prime scintille di questa campagna elettorale tra Benjamin Netanyahu e il suo “peggior amico”, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Lo scontro si consuma via social. Giovedì sera Bibi chiama i leader dei due partiti estremisti - Ben Gvir di Potere Ebraico e Bezalel Smotrich di Sionismo Religioso - a unire le forze in vista del voto ma Ben Gvir respinge la proposta al mittente e gli risponde con un’accusa di doppio gioco. Il problema è che Smotrich è in bilico sulla soglia e, per il premier, disperdere voti può consegnare il governo all’avversario Gadi Eisenkot, in testa ai sondaggi da settimane. C’è un’emorragia di consensi nel Likud, imputabile non tanto alle mosse elettorali dell’opposizione quanto alla comparsa di una micro-galassia di piccole nuove formazioni nel campo della coalizione di governo che possono bruciare voti. E secondo indiscrezioni di stampa, Netanyahu avrebbe ammesso, in colloqui riservati, di temere che la situazione sia persino peggiore di come appare nelle proiezioni. Passano pochi minuti prima che Ben Gvir rovesci il tavolo: «Vuoi che ci uniamo per indebolire me» e governare domani con Eisenkot. Netanyahu replica accusandolo di rischiare di danneggiare la destra. Ben Gvir rincara: «Farò di tutto perché tu non formi un governo con Eisenkot». Un’uscita che non è frutto di paranoie. Casomai di un boomerang lanciato dallo stesso premier. Sulla stampa israeliana trapela (o è lasciato trapelare) che nel Likud e attorno al premier si studi il caso in cui nessun blocco arrivi alla maggioranza di 61 seggi. La soluzione presa in considerazione è quella di un’ampia coalizione con possibile rotazione del premierato tra Netanyahu e il suo avversario più accreditato, nonché suo ex capo di Stato Maggiore, il generale Gadi Eisenkot. Lo scenario suona improbabile ai più. «Non accadrà», assicura lo stesso Eisenkot. Mettere in circolo la voce, tuttavia, potrebbe essere un tentativo di utilità politica: inoculare nell’elettorato anti-Bibi il dubbio che, come accadde disastrosamente con l’ex ramatkal Benny Gantz - passato dall’opposizione alla maggioranza - il nuovo leader emergente Eisenkot possa, alla fine, salvare Netanyahu. Il guaio per Bibi è che il sospetto ha attraversato il campo. E che il ruolo di alleato va ormai stretto al leader degli estremisti Ben Gvir, che proietta di sé l’immagine di garante ideologico del prossimo governo: il premier gli chiede di anteporre il bene del blocco di destra al proprio; Ben Gvir risponde che la coalizione va protetta da Netanyahu dopo il voto. Se non è ancora una rottura, è senz’altro una campagna nella campagna con un rovesciamento rispetto al 2022. Allora, Bibi non voleva nemmeno farsi fotografare con Ben Gvir, temendo di allontanare la destra moderata. Nel 2026 è Ben Gvir che vuole disciplinare Netanyahu per il giorno dopo. Nelle dinamiche di una corsa elettorale per un voto storico per Israele - Netanyahu è al potere in un modo o nell’altro da quasi vent’anni: se cadrà, sarà davvero un cambiamento epocale - il premier più divisivo ma comunque più longevo nell’incarico è alla ricerca di una soluzione per sopravvivere ancora politicamente. Ma nei tentativi di infangare il fianco sinistro, rischia di scoprire quello destro e di finire come l’asino di Buridano: morto di fame. Nel caso di Netanyahu, non per indecisione ma per errori di valutazione.
Scintille e accuse di tradimento tra Netanyahu e Ben Gvir
La campagna elettorale incrina il blocco di destra del premier









