Yossi Verter su Haaretz ribadisce ciò che sappiamo da tempo. «Benyamin Netanyahu ha bisogno della guerra. Subito. Idealmente su più fronti e il più a lungo possibile, dura e sanguinosa», scrive l’analista israeliano, aggiungendo che il premier punta a elezioni nella data ufficiale del 27 ottobre e non anticipate a settembre. Ha bisogno di una vittoria, vera o presunta, da portare al tavolo della campagna elettorale per provare a confermarsi primo ministro.
In piena campagna elettorale sono già i suoi alleati più stretti. I partiti religiosi «haredi», ultraortodossi, hanno lanciato nei giorni scorsi l’offensiva decisiva per ottenere una nuova legge sul servizio di leva che consenta ai loro giovani di continuare a studiare la Torah e di evitare la «guerra permanente» di Netanyahu. In campagna elettorale sono anche i leader della destra estrema, i ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, che battono con forza sul solito tamburo: colonizzazione incessante, oppressione dei palestinesi sotto occupazione militare in Cisgiordania e Gaza e attacchi ai diritti di quelli che vivono in Israele.
Hanno però scoperto un altro ampio serbatoio di voti dove pescare consensi. Quello dei tanti israeliani delusi o arrabbiati con le società occidentali, europee in particolare, che appoggiano i diritti dei palestinesi e «non capirebbero» che Israele ha raso al suolo Gaza «per combattere Hamas» e che decine di migliaia di persone sono state uccise non da oltre due anni di bombe e cannonate, ma di fatto «dai terroristi che usano i civili palestinesi come scudi umani». Israeliani non necessariamente di destra. Come quelli che, andando in vacanza, hanno incontrato e parlato con cittadini europei che non credono affatto che Israele stia «combattendo per conto della civiltà occidentale contro le tenebre islamiche», come ama ripetere il premier Netanyahu.











