Antonio Picasso

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Finora quell’estrema destra, fatta di populismo, sionismo spinto ed esponenti ultrareligiosi ha fatto da contrafforte alla coalizione guidata da Bibi Netanyahu. Itamar Ben Gvir, con il suo Otzma Yehudit, e il Partito sionista religioso di Bezalel Smotrich sono tornati comodi al premier, per il messaggio trasmesso, e utili per i voti alla Knesset. Oggi, a due mesi meno tre giorni dal voto, proprio questa stessa radicalità può ritorcersi contro l’intera coalizione.

Il numero magico è 61. Ovvero la maggioranza assoluta per avere in pugno il Parlamento a Gerusalemme e così governare. Un 61 che resterà una chimera fino al 28 mattina, su cui Nostradamus e allibratori stanno scommettendo ogni giorno. Secondo il Times of Israel, Otzma Yehudit e Sionismo religioso, se oggi andassero insieme al voto, prenderebbero 8 seggi. Separati Ben-Gvir ne avrebbe 6, mentre Smotrich resterebbe fuori dalla Knesset. Nel 2022, i due partiti, per ordine di Netanyahu, si erano presentati uniti, riuscendo a entrare in Parlamento e nel governo. Quello che era passato come “l’accordo di Cesarea” – siglato a “casa Netanyahu”, a Cesarea appunto – si sarebbe dissolto appena dopo la fiducia. A loro volta, il partito di Ofra Winter – new entry nell’arcipelago della destra israeliana – avrebbe 6 seggi, 9 lo Shas (ultraortodossi sefarditi), 8 gli haredi ashkenaziti di United Torah Judaism.