Nessuno nutriva grandi dubbi al riguardo, ma ogni residua illusione è caduta quando Donald Trump ha chiesto al suo elettorato di votare, alle elezioni di metà mandato che si terranno tra un paio di mesi, come se sulla scheda ci fosse scritto il suo nome, e non quello del locale candidato. Sublime atto di appropriazione dinastico-patrimoniale di un partito antico e articolato, che non appartenne nemmeno alla persona di Abraham Lincoln e figuriamoci se, in libere condizioni, vorrebbe essere ridotto a una schiera di custodi della Trump Tower. Oppure – e qui il sospetto è forte – mossa dettata dalle profondissime difficoltà per non dire dalla disperazione: si sa che, a ogni leader che mette il suo nome su una consultazione teoricamente non afferentegli, corrisponde uno o più sondaggi di gran lunga negativi per non dire irreversibilmente tali. È uno dei principi della termodinamica della politica. Per dirne una: Barack Obama a tre giorni dalle presidenziali del 2016 si appellò alla comunità nera nazionale in favore di Hillary Clinton, rompendo una prassi di otto anni che non lo aveva mai visto sollevare la questione razziale. Fu lì che si capì come sarebbe andata a finire. Qualcosa deve quindi andare storto a un Grand Old Party che si appresta ad affrontare le urne.
L'altra battaglia, dopo il midterm. I dem si preparano a uno scontro senza quartiere con Trump (di N. Graziani)
La questione è come imbrigliare Trump dopo novembre, o meglio come evitare che Trump imbrigli per primo le urne. Migliaia di avvocati preparano ricorsi e contr…












