La fotografia
Antonio Picasso
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È una nuova mappa del Medio oriente quella che si sta creando con la crisi di Hormuz. Sulla scena appaiono nuovi protagonisti, altri si stanno riposizionando e vecchie glorie risultano in palese declino. Il Pakistan è la vera new entry. Paese non mediorientale, con un arsenale nucleare e che vanta un canale di dialogo diretto con Cina, Iran e Usa. Questo gli ha permesso di condurre fin dalle prime fasi i negoziati oggi in corso tra Washington e Teheran.
C’è poi la Turchia. Nel ricamo della tela di Erdogan si legge chiaramente la parola “Sultanato”. Ora che si è fatta protettrice della nuova Siria di Ahmed al-Sharaa e di Hamas – in partnership con il Qatar – Ankara mira a ricostruire una sfera di influenza che richiama l’Impero ottomano. Con tanto di proselitismo islamista – alle volte jihadista – grazie alla longa manus della Fratellanza musulmana e investimenti finalizzati a ingraziarsi le popolazioni locali. Viene da chiedersi quanto sia invidioso Putin di questo successo. Il suo progetto, altrettanto ambizioso, di ricostituzione dell’impero sovietico è in panne nelle trincee dell’Ucraina. Dalla Siria alla Libia, Erdogan sta erodendo le sponde sul Mediterraneo che Mosca vantava ai tempi che furono.









