Antonio Picasso
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FILE – Turkish President Recep Tayyip Erdogan, right, and Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman shake hands during a welcome ceremony, in Ankara, Turkey, Wednesday, June 22, 2022. (AP Photo/Burhan Ozbilici, File)
L’Arabia Saudita approfitta della confusione a Hormuz per riprendere le sue ambizioni di potenza regionale. Sta maturando una vision che vada oltre la sua leadership di primo produttore mondiale di petrolio. Ieri a Gedda, il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, ha ricevuto il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, e il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, per un vertice dalla valenza religiosa, geopolitica e di sicurezza.
Tre personalità ambiziose, capaci di passare dall’essere falchi e colombe nello stesso contesto. Lo si è visto in Svizzera, in occasione dei negoziati Usa-Iran. Tre uomini forti che sanno trattare con Trump, Putin e Xi Jinping senza temerne minacce o pugnalate alla schiena. I tre Paesi costituiscono un blocco sunnita di 330 milioni di fedeli, contro i 90 milioni di sciiti iraniani. Il conflitto interno all’Islam torna così caldo, ora che la teocrazia di Teheran è in ritirata. Arabia, Pakistan e Turchia stanno lavorando per creare un “cordone sanitario” intorno all’Iran. All’incontro di Gedda si aggiunge il summit di Amman, dove una delegazione saudita ha visto una sua controparte irachena. L’obiettivo è creare una mutua difesa contro l’Iran e i suoi proxy. Di cui Bagdad pullula e di cui Riad si sta occupando personalmente in Yemen. È il caso degli Houthi.











