di

Cesare Giuzzi

I Barbaro di Platì (di cui i Papalia sono uno degli otto rami) sono una famiglia «allargata» mai funestata da faide o scontri di potere. Un unico clan a Platì, come a Corsico e Volpiano in Piemonte

Quando, alla fine degli anni 80 i Papalia erano i re dell’eroina, i camionisti turchi portavano la droga in Italia, poi arrivati dalle parti di Corsico e Buccinasco sparivano nel nulla. Ma nessuno si sarebbe mai messo a indagare sulle sorti di un corriere pagato pochi dollari. Uno dei rari casi in cui i Papalia e i Sergi, famiglia imparentata e alleata, hanno avuto il buon cuore di lasciare in vita il trasportatore lui si pentì e portò a una grande retata che diede il via alla maxi inchiesta Nord-Sud del ‘93. Le dichiarazioni del turco Kenan Baykal inguaiarono l’intero clan. Ma all’epoca gli affari si facevano solo di persona, patti di sangue e onore.

È in questo humus che è cresciuto Domenico Papalia: solide regole di ‘ndrangheta e rigide gerarchie criminali. Ma il boss morto mercoledì notte al San Paolo a 81 anni per le conseguenze di un tumore, una polmonite e un contagio da legionella, deve essere rimasto stranito davanti a un mondo del narcotraffico — dove i Papalia e più in generale i Barbaro di Platì sono una delle famiglie più importanti a livello mondiale — dove si tratta via criptofonino, con intermediari sconosciuti che rispondono solo a logiche criminal-commerciali. Narcos che fanno parte della «Mocro mafia» marocchina in Belgio e Olanda, che trattano cocaina e droghe sintetiche e pretendono pagamenti in bitcoin.