e Nicola Palma

"Domenico Papalia, detto Micu, è stato un mafioso italiano". Se si cerca su Wikipedia il nome e cognome del boss, questa è la prima frase che riassume, in due parole, il suo curriculum. Accanto al luogo e alla data di nascita (Platì, Reggio Calabria, 18 aprile 1945) è stata aggiunta quella di morte: 26 agosto 2026, a Milano. L’esistenza di Domenico Papalia viene riassunta con due parole: "mafioso italiano". Oltre metà della sua vita l’ha trascorsa in carcere: 49 anni di detenzione, senza interruzioni. Oltre 17mila e 800 notti in cella. Quelle dal 18 luglio scorso, fino al 17 agosto, giorno del suo ricovero nella struttura di medicina protetta dell’ospedale San Paolo, le ha trascorse a casa di un parente, a Corsico.

Lungo il Naviglio. In un’abitazione tra il bar della famiglia Sergi, altro nome di spicco della ‘ndrangheta trapiantata nell’hinterland, e lo sportello antimafia attivato dal Comune e gestito dalla onlus di don Massimo Mapelli, destinato ad accogliere le vittime di usura, racket e reati correlati. Crimini in cui la ‘ndrina dei Papalia era specializzata, insieme ai sequestri di persona, ai traffici di droga e agli omicidi. Domenico Papalia era in carcere proprio con l’accusa di aver ammazzato, e aver fatto ammazzare, esponenti di clan rivali e avversari, forte del suo indiscusso calibro di boss e capo ‘ndrina, ma anche del suo temperamento capace di dissipare faide interne. Le ultime notti di Papalia sono passate in un letto di ospedale, ricoverato per l’aggravamento del tumore che ormai da anni appesantiva la sua salute. Lungo la via dove ’Micu‘ scontava i domiciliari, concessi a metà luglio dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna per le condizioni precarie, ieri mattina, dopo la notizia della morte del boss, un insolito via vai di auto, anche di grossa cilindrata e con targa svizzera, ha riempito i parcheggi a lato strada.