C’era una nuova speranza, quel 28 agosto del 1944. C’era la sensazione che, dopo l’estate di sangue che aveva sconvolto le Apuane e la Versilia, la fine della guerra non fosse più un’ipotesi lontana. Con questo spirito Giancarlo Taddei, Cirò Bertini e Gustavo Rontani, partigiani della brigata Marcello Garosi, partirono quella mattina da Gualdo per incontrare una pattuglia dell’esercito alleato e preparare il terreno all’avanzata decisiva per la Liberazione dei territori di Viareggio, Massarosa e Camaiore.

Decisero di muoversi senza armi, una scelta deliberata e condivisa da tutti, per evitare che un eventuale conflitto a fuoco con i nazifascisti potesse causare una violenta rappresaglia nei paesi vicini. Dopo l’incontro con gli alleati, sulla strada di ritorno, nei pressi della località Col de’Lanci, i tre si imbatterono in un posto di blocco tedesco. Provarono a fuggire tra i boschi. Rontani riuscì a raggiungere un torrente e a nascondersi. Taddei e Bertini no, furono raggiunti dai soldati tedeschi e fucilati sul posto. I loro corpi furono recuperati soltanto il giorno dopo.

Prima di diventare una delle figure centrali della Resistenza versiliese, Giancarlo Taddei era un brillante studente di Medicina all’Università di Pisa. Finì in carcere per diffusione di stampa clandestina ma riuscì a fuggire dopo l’8 settembre. Fu tra i primi a salire in montagna e nei primi giorni dell’agosto del ’44 divenne comandante della Garosi. Nei giorni più difficili, quelli successivi alla strage di Sant’Anna di Stazzema, Taddei scrisse una lettera al Comitato di Liberazione locale: non chiese armi e munizioni, nemmeno cibo; quello di cui aveva bisogno erano i libri perché soltanto con essi, scrisse, poteva far comprendere a chi combatteva con lui il senso della lotta partigiana.