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Danilo Taino

La politica industriale del Partito Comunista crea una iperproduzione artificiale. Secondo l’Ocse, il 60% del boom della manifattura è dovuto a sussidi e credito di Stato. Le conseguenze del super export

La Cina è un campione straordinario di «economia circolare». Non nel senso inteso da chi, in Occidente, propugna un’economia verde, però. Nel senso che gira su sé stessa: crea enormi volumi di prodotti in un circolo, appunto, dal quale non può uscire se non attraverso la negazione del modello di sviluppo degli ultimi due decenni. Cioè il modello dirigista che guida l’economia sulla base degli obiettivi del Partito Comunista.

Il centro politico di Pechino stabilisce target di politica industriale finalizzati a creare lo sviluppo di settori, quelli avanzati in competizione soprattutto con gli Stati Uniti, ma anche quelli meno sofisticati e a basso costo della manodopera, in competizione con i Paesi in via di sviluppo.Questi target vengono trasmessi a livello locale ai funzionari responsabili sul territorio, i quali hanno la loro carriera legata ai risultati così imposti, che siano sostenibili o meno. Cercheranno in ogni modo di realizzare gli obiettivi. Quindi vendono terreni per fare cassa, con i denari sussidiano incentivi alla produzione, la costruzione di nuove fabbriche o addirittura di distretti industriali, vanno a credito dalle banche locali e da quelle grandi di Stato.