Molte imprese cinesi vendono con margini minimi, in diversi settori addirittura sotto costo: acciaio, cemento, pannelli solari, batterie, auto elettriche. I prezzi alla produzione sono negativi da quasi tre anni e i profitti industriali si contraggono. Eppure, nello stesso periodo, la Cina ha accumulato il più grande avanzo commerciale mai registrato da un’economia nazionale: circa 1.190 miliardi di dollari nel 2025.

A prima vista è una contraddizione. In realtà i due fatti hanno la stessa origine. Se un Paese produce molto più di quanto i suoi cittadini e le sue imprese comprano, la differenza deve andare da qualche parte: finisce all’estero. Un surplus commerciale, in questo senso, non è una vittoria competitiva, è produzione che il mercato interno non ha assorbito. Il problema non nasce soltanto dalla forza dell’industria cinese: nasce dalla debolezza della domanda cinese.

I consumi delle famiglie valgono circa il quaranta per cento del Pil, contro il cinquantacinque-sessanta per cento delle economie mature. Le ragioni sono concrete, non culturali. Gran parte della ricchezza delle famiglie è investita in immobili, che hanno perso valore; la protezione sociale resta limitata, e chi non è coperto risparmia per proteggersi; i governi locali sostengono fabbriche e impianti anche dove la capacità produttiva è già eccessiva.