La turbolenza degli scenari globali a cui assistiamo in questi anni è anche figlia di un cambiamento strutturale nelle dinamiche del commercio mondiale e della rivalità tecnologica tra le grandi potenze. Nel ventennio a cavallo tra il XX e XXI secolo, la globalizzazione ha mostrato la sua faccia benigna: l’interdipendenza economica e gli interessi commerciali hanno contribuito alla convergenza della ricchezza tra i paesi del mondo e aumentato gli incentivi a risolvere pacificamente i conflitti. Tuttavia, l’espansione del commercio internazionale non è mai indolore: provoca cambiamenti strutturali, la redistribuzione della divisione del lavoro e la necessità, da parte dei governi nazionali, di fare scelte impopolari per sfruttare i vantaggi comparati e i miglioramenti tecnologici. Negli ultimi anni, la crescita straordinaria della potenza economica cinese e la crescita del populismo negli Stati Uniti hanno messo a dura prova la tenuta del modello globalista, rivelando i suoi aspetti più critici: la dipendenza dall’estero che deriva da un eccesso di specializzazione e la paura che la concorrenza mondiale possa provocare la desertificazione industriale nei paesi economicamente avanzati. Questi punti deboli sono stati ingigantiti da una propaganda distorta, ma hanno anche un fondamento reale, soprattutto perché la Cina ha interpretato la partecipazione al commercio mondiale come un mezzo per acquisire un monopolio assoluto sulla produzione manufatturiera adottando un modello mercantilista iper-competitivo. La domanda a cui occorre rispondere è, quindi, se la globalizzazione sarà in grado di sopravvivere allo choc cinese, oltre che allo choc della presidenza Trump. La straordinaria ascesa della Cina come potenza economica globale è fondata su un modello di crescita sbilanciato. I salari sono cresciuti, ma meno della produttività, con implicazioni dirette sulla distribuzione del reddito, sui consumi interni e sulla struttura dello stato sociale, e questo ha un impatto rilevante sulla situazione economica e politica mondiale. La Cina è ora in grado di inondare i mercati occidentali di prodotti ad alto contenuto tecnologico sfruttando enormi vantaggi di costo che derivano da tre fattori principali: i livelli estremi di automazione degli impianti, la concorrenza “darwiniana” tra le imprese e lo scarso potere contrattuale dei lavoratori. Non si tratta della tipica transizione sperimentata dai paesi in via di sviluppo verso un modello di capitalismo democratico: la Cina ha superato la fase in cui la crescita si basava sul basso costo del lavoro e su produzioni tradizionali, e oggi compete con i paesi più avanzati offrendo prodotti sofisticati, l’uso esteso dell’intelligenza artificiale, le energie rinnovabili e i veicoli elettrici. Tuttavia, benché le retribuzioni e le qualifiche dei lavoratori siano fortemente aumentate, la quota del Pil che va ai lavoratori è rimasta al di sotto del 50%, un valore tipico di paesi economicamente arretrati. Allo stesso tempo, il governo cinese ha scelto di ritardare l’intensità dei sistemi di assistenza e assicurazione pubblica (sanità, disoccupazione) e incoraggiare una concorrenza spietata tra imprese e provincie, con la conseguenza di generare eccesso di capacità produttiva e una compressione di profitti, salari e consumi. Lo scopo è la massimizzazione del prodotto e dell’innovazione tecnologica più che del benessere sociale. Il paradosso è che questo modello, pur essendo gestito dal partito comunista, sembra realizzare molte caratteristiche che Marx attribuiva al capitalismo selvaggio dell’Ottocento, cioè sfruttamento dei lavoratori (orari settimanali che superano le 49 ore) e sovraproduzione (un avanzo commerciale che arriva al 3-4% del Pil secondo le ultime stime). In sostanza, il partito comunista cinese ha messo in primo piano l’obiettivo della competitività (basso costo del lavoro, svalutazione monetaria, compressione della spesa sociale) e in secondo piano quello dell’efficienza economica. Da un lato, questo modello genera notevoli vantaggi per i consumatori e le imprese delle economie più avanzate: la disponibilità di beni di consumo e di mezzi di produzione a buon mercato e la possibilità di accelerare la transizione energetica a costi contenuti. D’altra parte, le economie avanzate hanno la necessità di conservare una solida base industriale per far fronte ai rischi di una riconversione e per sfruttare i vantaggi “esterni” della produzione, cioè i processi di apprendimento e il “knowhow” che si acquisiscono solo facendo. Come resistere, allora, alla sfida cinese? L’Europa non può abbandonare il proprio modello sociale, di cui sono elementi decisivi la previdenza, la protezione assicurativa pubblica, la forza contrattuale dei sindacati. Un modello che aspira ad essere “socialmente efficiente” pur essendo scarsamente competitivo. Noi europei abbiamo scelto di lavorare meno e di limitare la concorrenza tra imprese e settori produttivi rispetto ai nostri concorrenti (cinesi e americani) per “addolcire” i processi di distruzione creativa. Ma questo modello resiste solo se è compatibile con la crescita economica. Dunque, occorrono scelte selettive: investire nei settori più dinamici e aprire le porte agli investimenti diretti dall’estero e all’immigrazione qualificata per adottare tecnologie avanzate e acquisire prodotti intermedi che non siamo capaci di produrre a costi ragionevoli. L’Europa non può e non deve produrre tutto, ma può cercare di acquisire una leadership mondiale nei settori più avanzati grazie alla capitale umano e alla qualità dei suoi centri di ricerca. Occorre dimostrare che esiste un’alternativa intelligente e pacifica all’isolazionismo trumpiano.