di
Danilo Taino
La strategia industriale del tutto finanzia ogni settore per raggiungere l’autosufficienza in un mondo pericoloso. Ma questa aggressività non fa bene ai consumi, nè al mercato del lavoro. I nodi di demografia e deficit. E l’export...
È la «politica industriale del tutto». Il Partito comunista cinese sta realizzando qualcosa che nessuno ha mai tentato: da che esistono, gli interventi di Stato per guidare l’economia scelgono i settori da sviluppare e li finanziano, gli altri rimangono indietro; in Cina non più, lì nessuno resta al palo, la politica industriale arriva ovunque, all’high-tech e all’intelligenza artificiale, alla chimica e all’agricoltura, alla farmaceutica e ai servizi che finora erano stati snobbati. Xi Jinping vuole che il Paese diventi autosufficiente nel nome della sicurezza in un mondo pericoloso. Il paradosso è che questa aggressiva e costosa politica economica si traduce in mercato del lavoro sottosopra, disoccupazione giovanile, sfiducia nei cittadini, pochi consumi, crescita economica in rallentamento. Tendenze che vanno ad aggiungersi a una pessima demografia, a una bolla immobiliare non ancora risolta, a un sistema finanziario chiuso. Vista da fuori, la Cina è un fenomeno; vista da dentro è un fragile caos.









