Da quando mattone, banche e consumi sono andati in crisi, nel Dragone si è fatto largo un immenso mercato sommerso fatto di piccoli impieghi a chiamata. E il passo per nuove forme di povertà ora è breve
La Cina continua a crescere, ma meno di prima. Investe miliardi, certo, nelle tecnologie strategiche e allo stesso tempo punta a consolidare il proprio ruolo di superpotenza globale. Stampa moneta, come non ci fosse un domani. Eppure al suo interno, nei meandri della società, si nasconde un pericoloso e potenziale male oscuro. Il mercato del lavoro, soprattutto quello giovanile, rappresenta oggi una delle maggiori vulnerabilità del Dragone. Come si spiega?
L’espansione economica senza precedenti della Cina, all’incirca dal 1980 al 2020, è stata sostenuta dalla migrazione di centinaia di milioni di persone dalle zone rurali povere dell’entroterra verso le fabbriche e i cantieri edili sorti intorno alle città. E fin qui tutto bene. Ma in un contesto di prolungato crollo del mercato immobiliare, calo della spesa dei consumatori e persistente spettro di deflazione, queste opportunità di lavoro sono ora diminuite. Al loro posto, una precaria economia dei lavoretti occasionali, fatta di autisti di servizi di trasporto condiviso e corrieri per le consegne, sta assorbendo la manodopera in eccesso in Cina.






