Quest’estate Elon Musk ha fatto un balzo da gigante verso un futuro fantascientifico, quando la sua SpaceX ha completato la più grande offerta pubblica iniziale della storia. L’azienda aerospaziale aveva dichiarato che avrebbe aiutato l’umanità a progredire per tappe: prima costruendo centri dati per l’intelligenza artificiale in orbita, poi colonie su Marte e infine una “civiltà di livello II sulla scala di Kardašëv”, così avanzata tecnologicamente da riuscire a inglobare il Sole per catturarne tutta l’energia. Nell’entusiasmo generale emergevano echi familiari. Alla Silicon valley piace rivestire le sue ambizioni con gli abiti scintillanti della fantascienza degli anni cinquanta, quando autori come Isaac Asimov e Arthur C. Clarke raccontavano di un’umanità lanciata alla conquista delle stelle.
Ma verso quale futuro stiamo davvero correndo? Sembra più che altro quello anticipato dall’opera psichedelica e impregnata di droghe di Philip K. Dick negli anni sessanta: un mondo popolato da miliardari squilibrati, macchine convinte di essere coscienti, realtà allucinatorie e disgregazione politica. Musk e i suoi simili sembrano personaggi usciti da questo universo più che i supergeni asimoviani che credono di essere. È la bizzarra sensibilità di Dick che può guidarci nella Silicon valley di oggi: lo scrittore creava mondi inquietanti, in cui tutto sembra sul punto di crollare. Anche i suoi romanzi rischiavano spesso di disfarsi: trame contorte, idee che a volte non portavano da nessuna parte e ritratti misogini delle donne, il tutto sostenuto da una prosa poco felice. La droga e le difficoltà economiche aiutano a spiegare quella scrittura frettolosa: non avrebbe potuto lavorare a sei romanzi nel solo 1964 senza consumare molte amfetamine. Le frequenti derive paranoiche spiegano invece la sua eredità frammentata.







