Per la Silicon Valley la fantascienza non è più soltanto una fonte di ispirazione, ma una risorsa strategica per orientare investimenti, consenso e politiche pubbliche. Dai progetti di Elon Musk a Palantir fino al techno-ottimismo di Marc Andreessen, le narrazioni speculative vengono trasformate in imprese, infrastrutture e visioni di governo. L’analisi Ali Rıza Taşkale, docente presso il dipartimento di Scienze sociali e studi economici dell’Università di Roskilde
La storia più diffusa sul rapporto tra la fantascienza e la Silicon Valley è una storia di ispirazione. Elon Musk lesse Fondazione di Asimov da adolescente e iniziò a sognare le stelle. Peter Thiel diede alla sua azienda il nome delle pietre veggenti di Tolkien. Marc Andreessen dissemina i suoi manifesti di riferimenti ai futuristi e all’ottimismo dell’età dell’oro della tecnologia. È una storia affascinante, ma è quella sbagliata, o quantomeno radicalmente insufficiente. La domanda interessante non è cosa abbiano letto questi uomini. È cosa costruiscono a partire da ciò che hanno letto. Da qualche tempo sto sviluppando un quadro teorico che chiamo “fantascienza materializzata” (materialized science fiction). Il suo punto di partenza è una distinzione tra due funzioni della narrazione speculativa. La prima è bibliografica: la narrativa come citazione, come influenza, come elemento decorativo della biografia di un fondatore. È la funzione di cui parlano solitamente i giornalisti e che le élite tecnologiche sono ben felici di mettere in scena. La seconda è infrastrutturale: la narrativa trasformata in aziende, contratti, strumenti finanziari, sistemi d’arma e programmi politici. È qui, nel passaggio dallo scaffale della libreria al bilancio aziendale, che la fantascienza è diventata una delle forze più influenti – e meno analizzate – della politica contemporanea.






