Meta ha scelto di pagare. Molto. Fino a 16,7 miliardi di dollari, da versare in dieci anni, con una parte condizionata all'adesione di altre piattaforme, per chiudere la causa promossa da una coalizione di procuratori generali americani contro Facebook e Instagram. Ma c'è una parola che, nel racconto italiano della vicenda, rischia di perdersi: civile.editorialiL'accordo, che deve ancora essere approvato dal tribunale, chiude infatti un procedimento civile nel quale si accusava la società di Mark Zuckerberg di avere progettato le proprie piattaforme in modo da favorire comportamenti compulsivi tra i minori e di avere minimizzato o fuorviato utenti e istituzioni sui rischi connessi all'utilizzo dei social. Meta pagherà e cambierà parecchie cose. Ma non ammette alcuna colpa e, soprattutto, non viene condannata per un reato. La distinzione non è un dettaglio da giuristi pedanti. È il punto della storia.Le autorità statunitensi hanno agito come plaintiff civili, chiedendo sanzioni pecuniarie, restituzioni e provvedimenti ingiuntivi. Non c'è un'accusa penale contro Meta né, per questa vicenda, una richiesta di condanna dei suoi dirigenti. Il procuratore generale della California Rob Bonta, nei cosiddetti opening arguments, lo ha spiegato con una formula piuttosto netta: “This is not a damages case”. L'obiettivo è ottenere, per dirla all'americana, civil penalties, restitution e correzioni delle pratiche considerate ingannevoli.Negli Stati Uniti la responsabilità penale societaria è un'altra cosa: richiede standard probatori e conseguenze differenti, dalla condanna alle multe, fino alle eventuali responsabilità personali dei dirigenti. Qui siamo invece nel territorio delle sanzioni civili e della compliance. È una differenza sostanziale, non un asterisco.La transazione riflette esattamente questa impostazione. Meta evita di affrontare fino in fondo il rischio di una sentenza sfavorevole e gli stati ottengono denaro e soprattutto obblighi immediatamente applicabili. Nessuno deve però scrivere che Zuckerberg è stato condannato per avere commesso un reato o che Meta ha riconosciuto una responsabilità criminale. Non è successo.Il prezzo dell'accordo non è soltanto finanziario. Meta dovrà modificare concretamente il funzionamento di Facebook e Instagram per gli utenti under 18, con una serie di regole valide a livello nazionale.Tra le misure previste, in breve, ci sono un limite giornaliero predefinito di due ore di utilizzo, modificabile soltanto da un genitore, e un blocco notturno tra mezzanotte e le 6 del mattino, anch'esso revocabile dal genitore. Arrivano inoltre restrizioni alle notifiche: niente notifiche agli under 18 tra le 22 e le 7, con qualche eccezione per DM e altri casi, durante la giornata scolastica.Gli adolescenti dovranno poter scegliere anche feed non personalizzati, rinunciando dunque all'ordinamento dei contenuti basato sulla profilazione. Meta dovrà inoltre continuare a rivedere e rafforzare le misure di sicurezza già esistenti per i minori e dovrà rispondere al 90 per cento delle segnalazioni degli adolescenti relative a contenuti potenzialmente dannosi entro sei ore. In più, il conteggio di like e reazioni sarà nascosto di default.C'è poi il capitolo estetico: stop ai filtri di bellezza per i minori. E quello, ancora più delicato, della verifica dell'età: Meta dovrà adottare misure per identificare e rimuovere gli utenti under 13, oltre a introdurre nuovi strumenti destinati ai genitori per controllare e proteggere l'attività online dei figli.È un pacchetto che va ben oltre il semplice assegno miliardario. Gli stati americani ottengono modifiche strutturali al prodotto: meno notifiche, meno uso notturno, più controllo parentale, maggiore possibilità di sottrarsi alla personalizzazione algoritmica e un rafforzamento dei sistemi di verifica dell'età.Meta sostiene che dovrà sostenere importanti spese legali legate all'intesa. Certo è che, se il processo fosse arrivato fino alla sentenza, la società avrebbe rischiato sanzioni maggiori oltre ulteriori interventi sul funzionamento delle piattaforme, compresi cambiamenti al conteggio dei like e allo scrolling infinito.Politicamente, dunque, il risultato è tutt'altro che irrilevante. Il caso Meta stabilisce un precedente importante sul terreno della tutela civile dei minori, della privacy, della protezione dei consumatori e della responsabilità delle piattaforme. Non stabilisce invece che un algoritmo che produce conseguenze negative per un minore equivalga, automaticamente, a un reato.È proprio questa la distinzione che conviene non perdere mentre si celebra o si demonizza l'accordo. Meta paga una cifra enorme, accetta regole nuove e cambia una parte del proprio prodotto. Ma non non riceve una condanna. Per il resto, sì: 16,7 miliardi sono parecchi. Ma anche negli Stati Uniti, dove il conto può essere gigantesco, una sanzione civile resta tale.