Un data center è un capannone pieno di server: la parte fisica di quello che chiamiamo cloud. Ci si conservano le mail, i conti correnti e le cartelle cliniche, e da qualche anno ci si addestrano i modelli di intelligenza artificiale, un lavoro che tiene decine di migliaia di processori a pieno carico per settimane. Perché funzioni serve corrente costante, ventiquattro ore su ventiquattro, senza turni né stagionalità. Serve acqua, perché tutta l'elettricità che entra esce sotto forma di calore e il modo più diffuso per smaltirlo è farne evaporare. Servono decine o centinaia di ettari di suolo. E servono pochissime persone.

Il digitale, dunque, consuma acqua, suolo, minerali e corrente come qualsiasi altra industria pesante, con la differenza che di operai ne assume una manciata e scarica calore e rumore sui centri abitati vicini. Quanta corrente, quanta acqua, quanti posti di lavoro: sono le tre domande che in questo articolo proviamo a fare a chi in Italia sta costruendo data center.

Ma partiamo dall’inizio.

In coda a Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale ad alta tensione, ci sono richieste di allacciamento per circa 95 gigawatt di data center distribuite su 529 pratiche al 31 luglio: la fila non si è più fermata. I data center pesano ormai per l'88% di tutta la nuova domanda di allaccio ad alta tensione del paese, la rete riservata ai grandi consumatori industriali.