Abbiamo passato vent’anni a credere che tutto finisse nel cloud. Poi qualcuno ha guardato meglio e ha scoperto che la nuvola è fatta di edifici, server, tubi, gruppi elettrogeni e connessioni alla rete elettrica. Parliamo di data center, cioè dell’infrastruttura fisica che tiene in piedi piattaforme, intelligenza artificiale, industria connessa e servizi pubblici online. “Ormai non si tratta più di dire data center sì o data center no”, dice al Foglio Mauro Rigo, business developer area data center di Deerns Italia, società di ingegneria specializzata negli edifici ad alta tecnologia. “Il mondo è digitale”, continua, “ma non esiste digitale senza una casa che raccolga, immagazzini e permetta l'elaborazione dei dati. E quella casa è il data center”.Secondo i numeri di Data Center Map, piattaforma internazionale che censisce e localizza le infrastrutture hi-tech, in Italia ci sono 234 centri dati tra quelli operativi, in costruzione e pianificati. Milano è il centro del sistema: circa 75 strutture registrate, 49 operative, oltre il 30 per cento del totale nazionale. Roma segue con poco meno di 30. Torino e Bergamo stanno intorno alla decina. Questa concentrazione non è neutra, perché dietro la geografia dei data center c’è soprattutto la geografia dell’energia. Nel 2024 le strutture italiane operative hanno consumato circa 5,8 terawattora di elettricità, quasi il 2 per cento dei consumi nazionali; entro il 2035 potrebbero arrivare tra il 7 e il 13 per cento. Le richieste di connessione alla rete sono già molto elevate: in Lombardia superano i 30 gigawatt di domanda potenziale, come accendere nello stesso momento 10 milioni di normali contatori domestici da 3 kilowatt. Per questo la regione si è mossa, approvando la prima legge italiana che mette ordine su struttura e ubicazione dei data center e favorisce, tra l'altro, chi recupera i siti industriali dismessi.Dietro la parola data center, però, ci sono infrastrutture diverse. La prima categoria è quella dei grandi “hyperscale”: enormi impianti che elaborano masse di dati. Sono quelli che attirano sia investimenti sia proteste, perché consumano molto e occupano spazio. Il classico caso da “not in my backyard” (non nel mio cortile): servono a tutti, purché finiscano nel cortile di qualcun altro. Ma Rigo invita a non fare il confronto con un mondo senza digitale, che non esiste più, bensì con quello precedente: “Il data center è efficiente e fa risparmiare energia”, dice, perché prima la potenza di calcolo era dispersa nelle sale server delle singole aziende “tra mille cavi e soluzioni poco funzionali”. Proprio la concentrazione di tanti server in un’unica infrastruttura permette di gestire meglio consumi e raffreddamento. E anche di recuperare il calore prodotto. “Lo stiamo riutilizzando per fare teleriscaldamento, soprattutto a Milano. A2A prende il fluido a 30 gradi prodotto dai server e lo scalda fino a 90 gradi per immetterlo nella rete di riscaldamento domestica. Può fornire calore anche a 10 mila case”.La seconda categoria è quella dei data center alimentati in media tensione: più piccoli degli hyperscale, meno problematici per il territorio e soprattutto più rapidi da mettere a terra. “Per questa tipologia, non dobbiamo chiedere al gestore della rete elettrica Terna la potenza maggiorata, basta il distributore locale”, chiarisce Rigo. E questo significa “tempi di risposta dalle istituzioni e permessi molto più veloci”. Sono spesso strutture ricavate da edifici già esistenti, quindi meno visibili e meno invasive. Il manager cita l’azienda Mediterra DataCenters, con il centro dati Cloud europe al Tecnopolo tiburtino di Roma e OpenHub Mediterra a Carini, vicino Palermo: infrastrutture già presenti, riammodernate ed efficientate. Una strada già in linea con la legge della Lombardia.C’è poi il futuro, che parla di data center piccoli, distribuiti, vicini ai luoghi dove i dati vengono prodotti e usati. Qui torna utile Mark Weiser, il visionario tecnologo americano dell’ubiquitous computing: le tecnologie più importanti, sosteneva, sono quelle che scompaiono alla vista, perché si integrano nella vita quotidiana fino a sembrare ambiente. Gli “edge data center” dovranno fare questo: entrare nel tessuto urbano e industriale come nodi invisibili e permettere il funzionamento quotidiano della nuova società tecnologica.Il motivo è la velocità. “C’è bisogno di un tempo di risposta quasi istantaneo”, spiega Rigo. “I 15 millisecondi di latenza che possono essere accettabili per un data center hyperscaler diventano eccessivi nelle applicazioni future”. Un'intelligenza artificiale che analizza una tac durante un intervento chirurgico non può mandare il dato lontano e aspettare che torni indietro analizzato. In certi casi, spiega il manager, “la macchina deve spostarsi di mezzo millimetro sulla base delle indicazioni che può dare l’algoritmo in tempo reale”. Lo stesso vale per una linea industriale. Prendiamo l’esempio del processo di imbottigliamento: “Nel tempo di un secondo passano 20-30 bottiglie”. Se la risposta arriva tardi, “oramai la bottiglia è passata e non riesco più a intervenire”.È qui che nasce la differenza tra l’intelligenza artificiale di oggi e quella che arriverà. Oggi molti sistemi analizzano i dati dopo che un processo è avvenuto. Domani, in alcuni settori, l’AI dovrà intervenire mentre il processo è in corso. Un semaforo dirigerà il traffico in tempo reale, una rete idrica modulerà pressioni e portate mentre cambiano i consumi, una fabbrica dovrà correggere una linea produttiva prima che l’errore si accumuli. Per farlo, il dato non può viaggiare lontano. “Occorre raccoglierlo dove serve, elaborarlo e fare subito delle azioni correttive”, spiega Rigo. E in questa evoluzione i data center diffusi permetteranno all'intelligenza artificiale di agire sul mondo fisico.