L’Italia sui data center ha deciso di fare in fretta: autorizzazioni in dieci mesi, un disegno di legge che li dichiara di pubblica utilità, 25 miliardi attesi in tre anni. Dove convengano al Paese non l’ha stabilito nessuno; la geografia della corsa si disegna da sola. Dei circa 200 data center operativi e 80 in pipeline, il grosso sta nell’hinterland milanese: il caso limite è Pregnana Milanese, 7mila abitanti a 15 chilometri da Milano, tre impianti in costruzione su ex aree Olivetti, Citroën e Iveco.
Perfino il cloud sovrano del Polo Strategico Nazionale abita ad Acilia, Pomezia, Rozzano e Santo Stefano Ticino. Nei 1.806 comuni delle strategie d’area — 4 milioni di abitanti; le sole 43 aree finanziate nel ciclo 2021-27 coprono quasi il 10% del territorio nazionale — non risulta un solo progetto, né attratto né respinto. Il “Sud opportunità“ di cui parlano gli operatori sono Bari, Catania, le coste: un’altra geografia.
Non che i benefici non esistano. Un impianto porta gettito, sottostazioni e fibra che altrimenti non arriverebbero. Ma non è automatico. Dove sono arrivati in territori marginali hanno spesso lasciato poco: a Luleå, Svezia artica, erano promessi trentamila posti di lavoro; la tv pubblica finlandese nel 2020 ne ha contati 56. In Cina lo Stato li ha spostati nell’entroterra per decreto: fino all’80 per cento è rimasto vuoto. L’Appennino conosce già questo copione con eolico e fotovoltaico: esporta suolo ed energia, il lavoro resta nelle città.











