Giuseppe De Carlo

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Mentre l’Italia tiene il piede sull’acceleratore dei data center, New York ha posato la mano sul freno. Il 14 luglio la governatrice Kathy Hochul ha firmato la prima moratoria statale americana su questi impianti: una pausa fino a un anno, o comunque finché lo Stato non avrà completato una valutazione ambientale d’insieme, limitata ai grandi, quelli che assorbono 50 MW o più. Dietro quel gesto non c’è un ripensamento sull’Intelligenza Artificiale, ma una preoccupazione concreta e umana. New York si è ritrovata con quasi 12 GW di richieste di connessione in coda, e con il timore che il costo di potenziare la rete finisse in bolletta ai cittadini anziché a chi quei consumi li genera; a questo si aggiungono l’acqua, sempre più scarsa, e le comunità. Così lo Stato si è fermato per darsi ciò che gli mancava: standard ambientali comuni fissati a monte, un fondo che addossi i costi di rete a chi li produce, un quadro di benefici certi per i territori. Non ha chiuso la porta: ha deciso di scrivere le regole, e di dire chi paga, prima di aprirla.

L’Italia ha percorso la strada opposta. Con il decreto bollette abbiamo costruito un procedimento unico e veloce, la Lombardia si è data per prima una legge, ma la cornice nazionale che dovrebbe fissare i princìpi è ancora ferma in Parlamento, e mancano gli strumenti che rendono governabile la corsa: un parere vincolante del gestore di rete, una mappa delle aree idonee, tempi certi per il confronto tra i Comuni. Il risultato lo fotografa Terna: circa 450 richieste per oltre 80 GW, cifre che la stessa società giudica in gran parte irrealistiche, a fronte di una crescita effettiva stimata in 1,5-2 GW entro il 2030. Dietro molte domande non c’è un operatore pronto a costruire, ma chi prenota un posto in coda per rivendere il terreno; e i progetti seri, per trovare la certezza che l’ordinario non dà, cercano la scorciatoia della procedura straordinaria riservata alle opere strategiche.