In che stato è la corsa agli hyperscale, i colossali data center presentati come presupposto indispensabile per lo sviluppo tecnologico? Qual è l’impatto socio-ambientale di questi piani, sostenuti da Stati e Big Tech, e come risponde la cittadinanza? Facciamo una breve panoramica, cominciando dall’Italia. In Italia i data center ad oggi sono 262, concentrati principalmente nella provincia di Milano (99) e di Roma (28). Nel 2024 hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2 per cento dei consumi elettrici nazionali. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, negli ultimi tre anni sono stati investiti nel settore oltre 7 miliardi. Da qui al 2028 la cifra potrebbe triplicare. Sempre secondo l’Osservatorio, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12 per cento del totale nazionale.
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Le intenzioni di governo e attori privati sono di costruirne altri 83. A questo proposito il MIM ha pubblicato “Una strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali in data center”, mentre il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato le indicazioni operative, in cui vengono definiti iter burocratici semplificati e messa in funzione agevolata attraverso strumenti temporanei. Secondo Legambiente le indicazioni operative mostrano l’intento del governo di accelerare l’approvazione e la costruzione di data center sul territorio italiano per farne l’Hub del Mediterraneo, a discapito dei controlli sull’impatto socio-ambientale.







