Due settimane fa questo giornale ha descritto la rivolta contro i data center come il sintomo di un’impotenza: il cittadino non decide come si regola l’intelligenza artificiale né come se ne distribuiscono i guadagni di produttività, e allora usa l’unica leva che gli resta, quella urbanistica. Ma il conflitto scoppia a valle perché a monte non è stato istruito nulla. Nessuno ha stabilito in via preliminare se il sito regga: quanta acqua serve e quanta ce n’è, quanta potenza assorbe e quanta ne ha la rete, quali competenze esistono nel raggio di trenta chilometri. Il 4 agosto lo strumento per farlo è stato creato, e non se n’è accorto nessuno.
In quella seduta il Consiglio dei ministri ha autorizzato oltre sessantuno mila immissioni in ruolo nella scuola per il 2026/2027. Ha approvato il decreto legislativo di attuazione della disciplina europea sull’intelligenza artificiale, destinando cento milioni alla formazione stabile dei docenti. Ha dichiarato di preminente interesse strategico nazionale due programmi in data center per 6,8 miliardi, che portano a sette i programmi strategici per oltre venticinque miliardi complessivi: per ciascuno verrà nominato un commissario straordinario di governo. Ha anche prorogato di tre settimane il taglio di diciassette centesimi sulle accise del gasolio, che è l’unica delle quattro misure di cui si è parlato a lungo.










