Negli ultimi due anni le richieste di connessione a Terna per nuovi data center sono cresciute fino a raggiungere livelli del tutto sproporzionati rispetto alle reali possibilità di sviluppo del settore. Una distorsione alimentata da un quadro normativo frammentato e da procedure di accesso troppo permissive, che rischiano di rallentare la pianificazione della rete e scoraggiare gli investimenti realmente destinati a concretizzarsi.

L'Italia si prepara a entrare nell'era dei data center. La crescita accelerata dell'intelligenza artificiale, unita alla progressiva saturazione dei principali hub europei – i cosiddetti FLAP-D, che faticano ormai a garantire spazi ed energia sufficienti per soddisfare la domanda – ha reso il nostro Paese uno dei mercati più promettenti per lo sviluppo di nuove infrastrutture digitali. Se leggiamo il numero di richieste a Terna, la società che gestisce la rete elettrica ad alta e altissima tensione in Italia, i numeri appaiono soverchianti. Alla fine di giugno 2026 le domande per ottenere un allacciamento per un data center erano 520, pari a una richiesta di oltre 96 GW di energia. Come se più di 80 città della grandezza di Milano consumassero elettricità a pieno regime. La realtà è però un po' diversa da come appare, soprattutto perché la maggioranza di queste richieste non verrà mai accettata. Chi presenta le domande lo sa perfettamente, ma farlo è così facile che procede comunque per poter aumentare il valore del terreno.