VENEZIA - Sindaco Simone Venturini, la questione moschea a Mestre era stata al centro della campagna elettorale di maggio. Oggi si ripresenta prepotentemente con la comunità bengalese che minaccia di bloccare Fincantieri e di manifestare in piazza di fronte al suo “no”. Se l’aspettava? «Nessuna sorpresa. Che ci sia l’aspettativa di avere un luogo di preghiera da parte della comunità bengalese è non solo noto, ma anche legittimo. Direi fisiologico. Un‘altra cosa invece è accampare diritti e pretendere ciò che, per una serie di motivi, non si può avere».
Sulle ragioni del suo “no” arriviamo dopo. Prima delle elezioni nel centrodestra, però, oggettivamente non c’era stata chiarezza. La Lega era contraria. FdI favorevole (tant’è che un rappresentante bengalese si è iscritto a Fratelli d’Italia e voleva candidarsi) e alla comunità, dicono loro, era stata data una disponibilità di massima per la moschea, anche dall’allora sindaco Luigi Brugnaro. Raffaele Speranzon, di Fratelli d’Italia, aveva aperto. I bengalesi dicono di aver avuto promesse e di avere votato lei perché aveva garantito la moschea. Non è che quella apertura era una strategia per garantirsi i loro voti? «Vorrei chiarire. Non abbiamo mai parlato di moschea. Esistono già luoghi di culto piccoli, diffusi, in zone periferiche della città. Nessuno vuole negare centri di preghiera a monte. Ma in centro non ci possono essere progetti faraonici e impattanti, pretendendoli per di più con un atteggiamento di imposizione. Quanto all’apertura per garantirsi i loro voti, i candidati bengalesi non erano certo nella mia lista civica».Ma dicono che anche Brugnaro era favorevole. Lei era in giunta da assessore, ne avevate parlato? Quale era la linea dell’amministrazione Brugnaro? «Brugnaro non ha mai detto di sì alla moschea come la intendono loro».Ora i bengalesi dicono: abbiamo comprato l’area di via Giustizia, ci era stato detto di presentare una richiesta di variante e un progetto sulla base a di un via libera... «Un conto è presentare un progetto, un conto è l’iter per approvarlo. Chiunque può presentare in Comune un progetto per costruire un albergo nel giardino di casa, ma mica è automatico che lo si conceda. Per una variante del genere l’iter è preciso. Serve una trasformazione in “luogo di culto”, ci sono valutazioni tecniche e urbanistiche. E questo è il primo criterio: quel progetto non è urbanisticamente compatibile e non ha mai avuto alcun via libera».E veniamo ai motivi del suo “no” netto... «Progetto a parte, c’è una questione di metodo. Ripeto, nessuna amministrazione, nè tantomeno la mia, può farsi condizionare da imposizioni o pretese. E poi c’è la questione della rappresentatività. Non si sa chi sia il referente della comunità bengalese, con chi parliamo? Infine c’è il problema dell’integrazione. Finché la comunità bengalese non si integra come hanno fatto altre comunità, non può esserci discussione».Ecco, cosa intende lei per integrazione? «Il rispetto delle regole di convivenza. Prendiamo ad esempio la questione dello smaltimento rifiuti. Tutti rispettano un regolamento, ma l’abbandono e l’ammasso ci crea non pochi problemi, sia come servizio sia di immagine alla città. Poi la gestione dei negozi e il rispetto delle regole di decoro e igiene. Quindi, non da ultimo, il ruolo delle donne. Le donne bengalesi, salvo rari casi, non sono integrate nella vita della città, vediamo in giro veli integrali, c’è un problema di insegnamento linguistico e di educazione sanitaria, di ingresso nel mondo del lavoro. Non c’è alcun pregiudizio, la porta del mio ufficio è sempre aperta, ma mi pare il minimo che da parte loro debba venire una disponibilità ad aprirsi e integrarsi».Quindi? «Quindi attualmente la posizione del sindaco è chiara: non c’è bisogno di grandi moschee e qualsiasi altra discussione su eventuali centri di culto più piccoli e più compatibili con la città devono essere precedentemente inquadrati in un discorso legato all’integrazione della comunità stessa che oggi non vedo essere sufficientemente avanzato in termini di rispetto degli usi dei costumi e delle regole. Non è un problema religioso, non c’è alcun veto in tal senso. Sono coerente con quanto detto in campagna elettorale, nessun cambio di rotta».Il senatore Pd Andrea Martella, suo sfidante alle elezioni di maggio, chiede che lei vada a riferire in consiglio comunale e chiede una risposta chiara. Cosa risponde? «Martella e la sua coalizione hanno assestato un duro colpo al processo di integrazione, inserendo in lista la comunità bengalese e assimilando di fatto l’appartenenza religiosa a un partito politico. Quella mossa ha acuito le tensioni. Gli suggerisco di fare un altro mese di ferie. Un consiglio comunale ad hoc? Non è in programma».I bengalesi minacciano di bloccare Fincantieri, dove hanno migliaia di lavoratori. Preoccupato? «Lo sciopero è un diritto, a differenza di una variante urbanistica. Ma io credo nell’uso della ragione. Da piccolo volevo fare il pompiere e preferisco spegnere fuochi, non accenderli nè alimentarli. Di certo, ribadisco, questa amministrazione non può farsi influenzare nelle scelte da certe dichiarazioni».Fincantieri, con migliaia di lavoratori bengalesi, dovrebbe essere coinvolta nel percorso di gestione degli immigrati? «Incontrerò Fincantieri a giorni e parleremo anche di questo. Più in generale penso che, come è sempre stato, tutte le imprese debbano avere un occhio su ciò che succede fuori dal loro perimetro, una responsabilità sociale».A Mestre vivono decine di migliaia di bengalesi. Tra dieci giorni apriranno le scuole, ci sono classi tutti di stranieri e scuola con italiani in netta minoranza. Non c’è dubbio che ci sia una situazione da affrontare e gestire. Come la vede? «Come in altre città dove c’è una grande cantieristica, anche da noi c’è stato un progressivo e massiccio inserimento di una comunità straniera. Quella bengalese è la maggioranza per numero, religione e provenienza, spesso da villaggi poveri e sperduti. Per questo è molto più visibile di altre, ma ci sono musulmani di altre nazionalità che pregano e hanno i loro punti di ritrovo e sono integrati. Teniamo conto poi che la comunità bengalese assorbe una buona parte del welfare pubblico, ma che le rimesse verso il loro Paese sono alte. Quello che viene guadagnato qui viene mandato in gran parte nei loro villaggi. Non c’è dubbio che sia una situazione particolare, ma proprio per questo serve disponibilità all’integrazione».











